Gioca con giudizio

Nonostante sia morto in pezzi, il momento più bello della mia vita è stato quando mi hanno regalato il primo Lego.

Ma facciamo un passo indietro:

otto anni, è il mio compleanno e zio Massimo con i suoi baffoni anni ottanta mi porge un pacchetto rumoroso. “Grazie, Zio!” La carta blu brandizzata con la giraffa del negozio di giocattoli viene lacerata avidamente dalle mie manine febbrili e ne salta fuori un set di mattoncini, uno di quelli basilari, l’operaio con la escavatrice e il segnale dei lavori in corso.

Momento zero. 

Divenni praticamente dipendente dal Lego. Ogni ricorrenza era un set, li studiavo, li chiedevo, li pretendevo per promozioni, compleanni, onomastici, otturazioni, tonsille, sensi di colpa genitoriali, ogni scusa era buona. In breve ebbi un impero.

Grazie, zio!

Sulle mensole della cameretta campeggiavano diorami di tutti i tipi tenuti in ordine categorico e spolverati a dovere da mia madre. Col tempo, ampliando i miei orizzonti, iniziai a riprodurre coi pupazzetti le fattezze dei miei cari, assemblai la mia famigliola fornendola di una casetta da sogno poi aggiunsi il mio amichetto Davide nell’aula scolastica e mio zio coi suoi baffoni su una bellissima decappotabile rossa.

Ma la mia voglia di replicare il mio contorno sociale non si fermò. 

In classe c’era un ragazzino di nome Andrea che ci tirava sempre le cacche di cane, poi c’era il signore del negozio di animali che ci cacciava quando andavamo a battere sui vetri dei pappagalli, la signora del bar che mamma indicava a mezza bocca sussurrando: “Quella è proprio una grande stronza” anche se non ho mai capito il perché. 

Loro li mettevo in posti divertenti: il signore del negozio di animali in una bella gabbia, la signora del bar spuntava da un delizioso piccolo water candido come la neve, e poi Andrea, beh, per Andrea avevo riservato uno splendido cassonetto dei rifiuti, quello dell’umido, per l’esattezza.

Passavo le ore a montare e smontare pupazzetti cambiando loro testa, il casco, i capelli, il colore dei pantaloni, le maglie e così via, ma non sapevo bene dove mettere tutti quanti. 

“Che cavolo stai facendo?!” disse mio padre un giorno spegnendo il sorriso che aveva entrando in camera mia. 

Era un torrido pomeriggio di agosto e stavo ultimando una sala delle torture in stile Torquemada. Vergine di ferro, ruota, avevo costruito persino una piccola pera spagnola con il Technic. “Smonta quella porcheria o ti butto via tutto!” 

Avevo spaventato il mio vecchio. 

“Se vuoi fare come ti pare ti devi trasformare” diceva sempre lo zio. 

Grazie zio! 

Realizzai un grande anfiteatro. Ormai avevo fac simili Lego di tutte le persone che conoscevo e mi divertii a piazzarli sui gradoni, come tanti spettatori sorridenti. All’epoca l’espressione disponibile sugli omini era un democratico smile. 

Grazie zio. 

Per giocare adesso mi servivano le informazioni, non c’era internet ma avevo un asso nella manica. Un gola profonda a servizio ventiquattro acca. 

Essendo figlio unico mia madre passava molto tempo con me e parlava, parlava e parlava, conosceva i dettagli della popolazione di quartiere fino al terzo grado di parentela. A quei tempi esistevano ancora le casalinghe. 

“La signora Maria questa mattina ha rubato una scatola di fagioli al supermercato, poverina con quella cleptomania…”raccontava, alternando l’uso dell’appretto a quello del ferro da stiro sulle camicie di babbo. 

“Peccato di mano mamma?”Chiedevo bramoso di informazioni, mi mandavano a catechismo per la prima comunione ed era facile dissimulare il mio interesse in pio intento didattico. Mamma era molto gratificata quando poteva insegnarmi qualcosa. 

“È una malattia amore, ma diciamo di si, il furto in generale si attribuisce alla mano” rispondeva lei insistendo sul polsino, 

“Maledizione, il collo è ingiallito…le camicie che danno a tuo padre non valgono un cazzo” Mamma era elegante anche quando diceva le parolacce. 

Poi continuava, “Ricorda di non fare come Ettore, il portiere, ha detto ai genitori di Dino che è stato lui a rompere il vetro della macchina al padre” 

“Peccato di lingua mamma?!” 

“Si, quello degli spioni è un peccato di lingua” 

“Grazie mamma!” e fuggivo in cameretta. 

Avevo abbastanza informazioni adesso! I miei omini Lego erano tutti seduti ai loro posti sui gradoni di quel fantastico anfiteatro archetipico. Io ero un Dio giudice crudele che puntava con l’indice le loro teste passandole in rassegna. 

Immaginavo il loro orrore sotto quel sorriso insensato, me ne nutrivo indugiando, assaporandolo. Indicavo Mario il ciclista, poi tornavo indietro sul Professor Dantelmo, e poi Boom! 

Afferravo il malcapitato e lo tarpavo di qualcosa. 

Via la mano della signora Maria! 

Via la testa del signor Ettore! 

Era un gioco misterioso e di grande fascino. 

Adesso conoscevo tutti i loro segreti: grazie mamma!

Grazie zio! 

Questa mattina al lavoro ho rubato ad un collega assente i crackers che teneva nella credenza della stanza staff. 

Come sono tornato sul piano vendita la mano destra mi è caduta a terra. 

Non me ne sono accorto subito, non è stato doloroso. 

Stavo camminando verso l’accoglienza, diretto verso il turno alla porta ed ho sentito un sonoro “tud” sul tappeto dietro di me. 

Ho fatto finta di niente e sono andato in postazione, poi, l’urlo della cliente. 

“Dio che orrore!” La Principessa Rosati coi suoi novanta chili per un metro e sessanta vestiti a fiori vantava una potenza vocale da soprano non indifferente. 

Mi sono voltato, il mio pezzo lì a terra, vicino all’espositore delle borse di stoffa. 

Non c’era sangue, solo un arto insensato, come una bambola di gomma iperrealistica. 

Un grottesco esserino riverso sul dorso con la mia vecchia, solita, pallida cicatrice sotto l’unghia del pollice che pareva sorridermi. 

Quasi uno smile Lego. 

Bello schifo. 

Il caos attorno a me era in secondo piano a causa dello shock. 

“Quella è mia”, mormoravo. 

Mi guardai il moncherino. Sembrava di guardare un coniglio in vaschetta al banco carne del Simply. mi chiedevo, se poteva succedere anche al mio pene. 

Ero seriamente preoccupato. 

Dovevo chiamare mia moglie? 

Avevo mangiato qualcosa di strano? 

Il direttore mi ha preso per il braccio sano e mi ha accompagnato a sedere in magazzino. 

Il ragazzo della sicurezza è entrato poco dopo con la mia mano avvolta in una busta di plastica azzurra, probabilmente ci teneva dentro il pranzo pochi secondi prima. Ripetevo “si… si”, a tutti ma senza ascoltarli davvero. EEEEEEooooooooooooooooooooEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEooooooooooooooooo 

Arrivata l’ambulanza mi hanno portato via. 

Rispondevo meccanicamente alle domande del paramedico, poi, infastidito, l’ho preso a parolacce. “Non ho toccato oggetti taglienti le ho detto, ha finito di rompere i coglioni?!” 

No, non sono come mia mamma, se dico le parolacce sembro volgare e basta. 

Al secondo impropero ho però sputato la lingua producendo una sorta di pernacchia. Ho pensato “cazzo”, ma ho pronunciato:”ah ho”. 

Se perdi la lingua, evita di parlare, perdi un sacco di saliva. 

Imbufalito, mi sono alzato, ho dato una spinta al medico con l’altro braccio che prontamente si è staccato e mi sono buttato contro il portellone di testa. 

Questo, cedendo sotto al mio peso, mi ha rilasciato in strada rotolante come carta igienica. 

La gente urlava e scappava alla vista del mio corpo parziale mentre io mi facevo spazio tra gli astanti. 

Zoppicavo davanti ad una famosa chiesa e mi sono lanciato con un calcio tra due ragazze che giocavano al cellulare ferme, in mezzo al marciapiedi, ‘ste stronze. 

Ovviamente mi si è staccata pure la gamba. 

Caduto a terra, dimenandomi come un ossesso, volevo spaventare tutti al massimo delle mie possibiltà per tenerli lontani e perché in quel momento mi facevano tutti quanti schifo.

Strabuzzavo gli occhi sbavando e digrignando i denti ma questi sono caduti collassandomi in gola e i bulbi oculari mi sono rotolati fuori dalle orbite come biglie, rimbalzando flaccidi a terra. 

Ricordo in quel momento di aver sperato che l’asfalto fosse pulito.

Poi, ho fatto uno più uno. 

Stavo cadendo a pezzi. 

Grazie zio. 

Alla cieca, davo testate a destra e sinistra cercando di fare qualche livido sulle caviglie che mi circondavano. 

L’ultima cosa che avevo visto prima di perdere le palle degli occhi erano i seguenti personaggi: gli operai che dipingevano le strisce, il cameriere col papillon, un ragazzo lentigginoso con uno sbuffo rosso di capelli in testa. 

Tutti mi osservavano inespressivi, fissi, immobili come pupazzi. 

La voglia di molestarli e provocarli nella loro nullità mi animava, ma all’ennesimo colpo di testa… …tonk… vertigini, il buio. 

Mi trovo qui adesso, in un anfiteatro fatto di mattoncini Lego. 

Attorno a me ci sono pupazzi in tenuta da postino, cuoco, astronauta e camionista, sono grandi come me, seduti buoni e tranquilli sui gradoni. 

C’è pure l’operaio stradale! Figata! 

Hanno finalmente organizzato l’evento nel flagship store vicino al mio negozio! 

Devono aprire quel parco giochi a tema Lego, l’ho letto proprio ieri su facebook! Daje! Probabilmente mi sono emozionato e sono svenuto sbattendo la testa su una teca espositiva della batmobile. 

Poi arriva l’ombra. 

Una mano enorme oscura il cielo e corre sulle nostre teste, non riesco a muovermi e questo sorriso idiota non si toglie dal mio viso 

(Grazie zio…) 

il mostro passa rapido sul postino, poi il cuoco, per fortuna si allontana, ma ecco che torna indietro: 

NO! NO! NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!

Fine

pacosidney.silvestri@hotmail.it

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