Tendini

Gridano le pareti. Soffia il terreno. Le orecchie vibrano di voci. Selvagge. Cupe. Acute. Vorticanti.
Odore di ossa spezzate misto a sale. Lacrime e granelli di terra scivolano tra le assi del pavimento,
mentre il dolore si allunga in alto e in basso come una ragnatela di lava sui lembi di pelle.
Fuori e dentro non sono mai stati più lontani. L’universo è vuoto, è nebbia. Ogni cosa è il nulla e il
nulla è in ogni cosa. Vuoto, rabbia, nebbia. Tutto. Niente. Di nuovo tutto.
Il Professore e il coltello si sporgono sul corpo legato. Sembra quella tartaruga deforme
imprigionata nella plastica. Andava tanto di moda parlarne dopo l’uscita di quel documentario, poi
nessuno ne ha parlato più.
Il Professore conosce l’anatomia umana. Sa tutto quello che deve sapere: scheletro, muscoli,
sangue. L’uomo senza uno scopo si riduce a questo e a poco altro. I tendini, però. I tendini sono la
parte più interessante, perché senza quelli non si può correre né saltare.
Non l’ha mai visto un corpo aperto, il Professore, ma pensa che i tendini li troverà al primo colpo.
Ha tutto il tempo, comunque. Non ha fretta. Nessuno lo aspetta. La scuola per lui è finita.
Pulisce la lama sul pantalone: un lavoro pulito è un lavoro ben fatto. Così ha sempre detto ai suoi
studenti. Ripensa a se stesso in mezzo a loro. All’orgoglio delle arrampicate sulla corda. Alla
solitudine dei pranzi in un turbinio di voci chiassose. A consigli di classe azzittiti e al distratto
imbarazzo dei colloqui. Esiste solo quel prima, il dopo non esiste.
Guarda l’uomo disteso a terra. Indossano la stessa tuta, la stessa uniforme, ma quella dell’altro è
rigida di chiazze rosso scuro. Sposta l’aria davanti al proprio naso con la mano, il Professore, come
fa con le zanzare quando è estate. Sa bene che il corpo che ha avuto non lo potrà riavere, ma forse – forse – quell’essere avvoltolato nella carta adesiva non si trova lì per caso.
Il coltello ondeggia nell’aria e il Professore ondeggia con lui. Le scene dell’incidente si rincorrono
convulsamente. Si rincorre tutto quello che li ha portati qui. La strada verso la casetta sul mare, le
gambe stanche e i sorrisi di circostanza. Le risa soffocate dei ragazzi dell’ultimo anno prendono a
rimbombare insieme al verso da animale selvatico che quello stronzo ha fatto quando la Ford gli è
passata sulla schiena.
Non è stata colpa sua: lo stronzo non avrebbe dovuto essere lì. Il vecchio se lo ripete. Non è stato
volontario. Come non lo è stata la vecchiaia. Che però è arrivata ugualmente, con lo stridore
ghiacciato di una cattiva notizia, malata come tutte le cose perverse che il buon Dio non si stanca di
mandare in terra. E allora, si dice, perché no?

Il corpo imbrigliato si sta svegliando. Forse è un bene. Non può urlare, ma vedere gli servirà.
Quel coltello sembra la cosa giusta. Al Professore pare che Dio stesso glielo abbia piazzato tra le
mani. Un prolungamento di sé.
Il verme insaccato spalanca gli occhi, trema, prova a chiamare aiuto, a strisciare via. Non si
rassegna ancora, sebbene nessuno lo salverà. Può sfuggire un semplice mortale a qualcosa di così
grande? Qui si tratta di ripristinare l’equilibrio universale, di restituire a ciascuno il proprio posto
nel mondo. Il posto del Professore è il posto del Professore. Anche se nella palestra o tra i banchi
non ci potrà più stare, perché gli anni e la legge glielo vietano.
La sacra difesa della proprietà privata è un diritto costituzionale, la proprietà di chi si è stati un
diritto sancito dall’Esistenza. Si può sopportare la solitudine inesorabile del divenire, si può restare
lontani dal proprio mondo, ma quel mondo continuerà ad appartenere al suo legittimo proprietario.
Non possiede altro, il vecchio Professore. Non se lo lascerà portare via da un po’ di gioventù
inesperta. In palestra continuerà a echeggiare la sua voce e la corda oscillerà come se ci salisse
ancora e ancora, con il ritmo poderoso di un tempo.
Quest’altro vestito come lui non è che un impostore. Uno che si è accaparrato la simpatia degli
studenti con due battute da osteria e qualche piroetta da circense. Per il plauso dei colleghi ci è
voluto persino meno.
Non importa. Conta solo l’equilibrio. E il coltello. Il coltello che è ancora lì, fuso con la sua mano,
una mano che adesso è divina, potente. Niente gli è interdetto, perché il suo fine è un fine superiore.
La mano si allunga, si abbassa, sfiora la peluria della coscia. Il verme si dimena, la mano si fa largo
tra le carni. Tutto diventa liquido e caldo. Sangue e urine e feci pungono le narici, ma la mano non
si lascia impressionare. Prosegue per la sua strada. Scheletro, muscoli, sangue. Un uomo senza la
certezza di chi è stato si riduce a questo e a poco altro. Arriva al muscolo. Affonda ancora. I tendini
sono strutture fibrose che permettono ai muscoli di fissarsi a un osso o alla pelle consentendo
all’apparato contrattile di svolgere le sue funzioni.
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