Gli occhi dell’orco

“Stai lontano dagli Orchi, o dai loro figli. Un orco è sempre un orco e suo figlio sarà sempre suo
figlio” Queste erano le raccomandazioni che mia madre mi faceva sempre, ogni giorno. A volte
mi diceva anche altro, e si raccomandava anche su altre questioni…fare attenzione quando
scendevo al fiume, o quando mi arrampicavo sugli alberi, credo che mia madre si preoccupasse
di molte cose. Ma sugli orchi era diverso, il suo terrore per quelle creature era più viscerale. Non
mi spiegò mai veramente da dove venisse il terrore degli orchi o di chi si fosse trovato per caso
ad avere, non per sua scelta, sangue d’orco in corpo. Almeno non me lo spiegò mai
intenzionalmente, ma col tempo, crescendo, poi capii. Il villaggio di Greybell fu costruito a
diverse leghe dalla Costa della Spada e purtroppo le incursioni delle razze più bestiali hanno da
sempre afflitto la mia città fin da prima della mia nascita. Credo che il nonno di mia madre
putroppo rimase ucciso durante un assalto di quelle creature, ma questo accadeva quando lei era
ancora bambina, ora ne sono passati di anni e non si sono più ripetuti episodi del genere.
Probabilmete quando io sarò cresciuto e sarò padre dirò a mio figlio le stesse cose, o forse
cambierò mostro.

In città nessuno parlava, ma stava succendo qualcosa di strano. Molti bambini si diceva fossero
spariti. Io non vedevo più il figlio della lavandaia, Merioc, e da qualche giorno non incontravo
più Tricia, la figlia del macellaio. Mancavano anche altri bambini, ma io non li conoscevo
ancora. Non era un bel periodo. I grandi iniziarono a tenerci chiusi in casa per tutto il giorno, e
se potevamo mettere il naso fuori casa, doveva esserci un adulto con noi. Alcuni mormoravano
in città, li sentivo quando passavano sotto la finestra della mia casa, parlavano di qualche
cacciatore della che viveva dentro le nostre mura. Dicevano che non c’è da fidarsi di chi discende
dagli orchi o dai mezzorchi. Il loro sangue corrompeva e inquinava tutto, per loro, noi bambini
eramo spuntini. Al mercato ne vedevo sempre uno. Non era grandissimo, ma aveva un’aria
spavaventosa. Si raccontava che uccideva gli orsi a mani nude, per poi scuoiarli e vendere le pelli
al mercato. Alcune amiche della mamma, quelle che incontrava quando al mercato comprava la
frutta da Sullivan, Sullivan il signore con il naso a patata, la faccia tonda e la barbetta rada e
grigia color topo…Sullivan. Beh, ecco, le signore che la mamma incotrava lì, dicevano che quel
cacciatore aveva sangue di orco nelle vene e che pure il vecchio che stava a casa sua avesse
sangue di orco. Quando lo si incotrava al mercato o in giro per le vie, le donne acceleravano il
passo, abbassando il viso. Molti erano scontrosi con lui, ma lui non ci badava. Un giorno mi
sorprese mentro lo fissavo. Lui stava cercando di vendere delle pelli di lupo di montagna, e stava
spiegando che i segni sulla pelle delle zampe non erano i suoi morsi, ma i segni delle
tagliole…sembrava arrabbiato…voltandosi mi vide. I nostri sguardi si incrociarono! Mi sentii
morire. L’orco mi aveva guardato! Ora mi avrebbe rubato l’anima come diceva mia cugina Linda.
Lui lesse la mia paura e cercò di sorridere, credo. Io per tutta risposta, urlai e mi nascosi dietro
la gonna di mia madre.

Erano passati tre giorni dalla scomparsa dell’ultimo bambino. Jayce il nipote del falegname era
sparito mentre era con la madre alla fonte a far bere la vacca. La madre si era voltata un attimo
per controllare la bestia e quando si era girata per guardare il figlio, non lo aveva più trovato.
Ricordo bene quel giorno, fu l’ultimo giorno di libertà per noi bambini. Il sindaco disse che per i
bambini era proibito uscire di casa fino alla risoluzione del caso. C’erano molte guardie in giro
quei giorni, ma dei bambini spariti nessuna traccia. Avevamo tutti paura, noi bambini e tutti i
genitori. E poi venne il mio turno… C’era il sole quella mattina e mi ero svegliato presto. Ero
rimasto ancora nel letto un pò, non avevo voglia di alzarmi. Sentivo mia mamma trafficare nella
grande stanza dei fuochi. Io me ne stavo a letto con la testa sprofondata sul cuscino ed il
lenzuolo che mi copriva la faccia. Per un attimo realtà e sogno si mescolavano e credetti che tutta
quella storia dei bambini spariti fosse solo l’eco di un incubo notturno. A volte capita che le cose
brutte che ci succedono, al mattino presto ci sembrano solo brutti sogni…ma questo non era un
sogno. Mia madre, entrò nella stanza silenziosamente si sedette sul letto e mi chiese di uscire
fuori a prendere le uova nel pollaio delle galline. Riusciva sempre a capire quando mi svegliavo.
Non mi ha mai confessato come facesse a capirlo. Uscii in giardino e mi lavai la faccia nella
piccola fontanella costruita da mio padre anni addietro. L’aria era fresca, ed il sole faceva
brillare i colori di ogni stelo di foglia e di ogni fiore del prato. Le galline mi riconobbero mentre
aprivo la porta del pollaio. Sapevano che stavo passando a ritirare la mia “decima”. Quattro.
Quattro belle uova calde calde pronte per essere cucinate, quella mattina il bottino era stato
abbastanza proficuo…Fu in quel momento che lo sentii ridere per la prima volta. Sentivo ridere e
canticchiare, una voce cristallina, non capii subito se di bambina o bambino. Mi guardai intorno
cercando di capire come fosse entrato il bambino nel mio giardino, ma non c’era nessuno. “Vieni
qui…” mi pareva di sentire. “Alla tua destra..” Non capivo eppure non vedevo nessuno…fu
quando mi sporsi a guardare oltre il muretto che vidi uno strano bambino con gli occhi grandi e
scintillanti che mi fissava. “Vieni a giocare con me?” mi chiedeva il bambino fuori dal mio
giardino. Se ne stava ai margini del boschetto, quello al confine della città. -Mi dispiace, non
posso uscire!- risposi. “Vieni qui a giocare con me..” rispose…o almeno così pensai… “Dai! cosa
fai lì in casa, vieni con me, seguimi…” Quel bambino era strano. Non muoveva la bocca quando
parlava e le sue parole era come se le sentissi vicino a me, dentro la mia testa. Non sò per quanto
mi parlò, so solo che alla fine pensai che fosse più giusto uscire. Gettai le uova a terra e lo seguii
uscendo dal cencelletto posteriore.

La foresta era stana, i colori e i suoni non sembrano gli stessi. Gli uccellini emettevano suoni
cavernosi e rochi, le foglie sembrano sollevarsi da terra per tornare ad attaccarsi sugli alberi. Era
buffo, faceva ridere. Ricordo che ridevo, ridevo ma non capivo perchè. Quel bambino mi teneva
per mano e mi tirava su di un sentiero che non riuscivo a vedere. I suoi occhi sembravano
allegri, ricordo che avevano qualcosa di speciale, quando mi guardava mi sentivo bene e non
volevo sapere nemmeno dove stessimo andando. Poi, dopo aver girato intorno ad una grande
quercia, arrivammo ad una casetta colorata proprio in mezzo al bosco. Ricordo la musica e i
colori che danzavano tutt’intorno ai miei occhi. La porta come per magia si aprì davanti a noi
lasciandoci entrare e chiudendosi alle nostre spalle con un tonfo. La nonnina era a capotavola e
cantava e batteva le mani. Era pieno di bambini come me! C’erano Jayce, Meroc, Tricia! C’era
pure la mia cuginetta Linda. Erano loro, ma non sembravano loro. I loro occhi erano chiari,

troppo chiari. Mi guardavano ma non mi dicevano niente, perchè? Li chiamai e cercai di
scuoterli, ma l’unica cosa che facevano era cantare e battere le mani al tempo con la nonnina.
Non era mia nonna, ricordavo le mie nonne, e lei non era una delle mie, ma allora perchè la
chiamavo nonna? Non l’avevo mai vista…eppure…forse perchè tutti cantavano e battevo a tempo
le mani, non saprei dirlo…ma volevo bene a quella nonnina. Il bambino dai grndi occhi
continuava a cantare facendo da coro alla nonnina. Saltava e danzava sul tavolo, mentre la
nonnina, ogni tanto con la sua grande, grande bocca mangiava scodelle di un minestrone che
bollina nel calderone accanto a lei. Non ricordo le parole giuste, ma quando le chiesi di
mangiare, mi rispose sorridendo che anche io avrei avuto il mio turno per godere del
minestrone. I suoi denti da vicino erano grandi, scheggiati e puzzavano…puzzavano come il fiato
di Truciolo il vecchio cane del nonno. O Dei quanto puzzava il fiato di Truciolo! Una volta mi
leccò la faccia per gioco, ricordo solo che avevo vomitato per un pomeriggio intero. Il fiato della
nonnina aveva lo stesso odore. Fui scosso dai conati e vomitai, vomitai come non capitava da
anni. Qualcosa accadde, perchè per un attimo mi chiesi cosa ci stessi facendo in quella casa con
una nonna che non era mia nonna e con un bambino dai grandi occhi che mi guardavano come
avessi fatto qualcosa di strano. Che volevano? Perchè mi guardavano? E perchè c’erano i
bambini scomparsi del villaggio? Capii in quel momento, in un attimo di lucidità, che eravamo
in pericolo. Anche loro capirono guardandomi che non ero più sotto il loro controllo. La nonna
inizò una strana litania, e così pure il suo amichetto salterino..la testa mi girava, non capivo, poi
d’un tratto qualcuno bussò alla porta.

Era il cacciatore. Il cacciatore col sangue di orco era alla porta e mi aveva trovato, anche li, nel
bosco. C’era confusione, i miei amici cantavano, c’erano luci e suoni in tutta la stanza, per me fu
impossibile capire cosa stesse succedendo, poi il cacciatore spinse dentro l’omino danzante e
iniziò a fargli domande, ma quando vide il calderone il cacciatore fece esplodere la furia, ci
schiantò dentro il piccolo ballerino. Tutto accadde così velocemente. Lampi di luce, frecce
iridiscenti, colpi di mazza e lanci di piccoli esseri. Quando il calderone cadde a terrà capii cosa
c’era dentro e perchè la nonnina puzzasse come Truciolo. C’erano pezzi di bambino dentro!
Bambini come me! Entrarono altre persone nella casa che iniziarono a combattere contro la
nonnina che aveva cambiato di aspetto! Era una strega! I bambini che erano con me iniziarono a
guardarsi intorno, i loro occhi non erano più bianchi come prima, erano tornati normali.
Urlavano e piangevano, stringendosi gli uni algri altri, schiacciandosi addosso alle pareti mentre
quegli uomini sconosciuti, guidati dal cacciatore combattevano contro quel mostro di vecchia!
Quando l’ultimo colpo di mazza si schiantò contro la strega, ricordo che incrociai lo sguardo del
cacciatore. “Gli occhi di un figlio di un orco” diceva mia madre. Ma io ci lessi altro, quelli non
erano gli occhi di un mostro, erano gli occhi dell’uomo che mi aveva salvato. Gli corsi incontro
saltandogli al collo e stringendolo forte. Non sò per quanto piansi tra le sue braccia, ricordo però
il suo abbraccio paterno e la sue carezze per farmi calmare. -Shh…è tutto finito…sei salvo, siete
salvi…”

Il cacciatore con i suoi compagni riportò tutti noi bambini di Greybell a casa sani e salvi. La
gente lo aveva sempre visto come fosse una minaccia, un emerginato che non avrebbe mai

dovuto far parte della comunità. Ma non fu più così da quel giorno. Dove tutti guarandolo
vedevano solo un lontanto figlio di sangue orchesco, io guardando gli occhi dell’orco, o meglio,
negli occhi di quello che tutti credevamo fosse un orco, ho scoperto un uomo dal cuore di eroe.
Dopo la storia del bosco molti genitori, compresa mia madre, smisero di mettermi in guardia i
figli dagli orchi, avevano compreso infine che a volte i mostri possono nascondersi anche sotto
un viso innocente.

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