Il signore della foresta

Notte sulla montagna di Voskan. 

Presso una piccola radura i raggi della luna filtrano tra i rami del bosco co me una magica tenda.

Ai piedi di una quercia centenaria una porzione di terreno si anima, un cumulo di foglie e ramoscelli rivela due fessure bianche. 

Giù a valle, nel villaggio di Greybell, lo conoscono tutti come Tordoratto, il cacciatore di pelli. 

L’attesa è finita.

Una vibrazione del terreno ha attirato la sua attenzione: con movimento fluido e silenzioso da sotto il mantello di foglie estrae un piccolo arco e una freccia dalla punta scintillante.  

Un fruscìo, un ramo spezzato, a quindici metri compare un’ombra, un orso nero alto quasi tre metri.  

La creatura ha sete ma qualcos’altro la turba.

L’astro notturno illumina per un istante la cicatrice che sigilla l’occhio sinistro dell’animale, senza rendersene conto Tordoratto passa il pollice di una mano sopra a due moncherini, dove avrebbe dovuto percepire anulare e mignolo. 

L’orso sa di essere a metà strada tra la sua tana e uno specchio d’acqua poco più a valle ma l’ istinto lo allarma. 

Non c’è sterco di cervo che ne possa coprire il puzzo: l’uomo del bosco è acquattato lì da qualche parte che lo osserva.  

La paura congela il tempo e i due sono immobili come montagne. 

“Che me ne faccio di un moccioso?!”

A parlare era un colosso dagli zigomi sporgenti con la barba sporca di grasso.

“Bin’ohr D’ohr Atu: questo è tuo nipote, figlio di tuo fratello e la legge di Obad Hai prevede che tu te ne prenda cura ora che i suoi sono morti…è la regola!”

Un bimbo dai capelli rossi di circa sette anni si sentiva spingere verso l’uomo spaventoso. 

“I suoi genitori non si erano svegliati”. 

“E io che c’entro?” Sorrise maligno il colosso.

Qualcuno si era introdotto nella sua tenda e aveva tagliato la gola ai suoi genitori mentre dormivano. Il ragazzo lo sapeva, normalmente tutta la tribù avrebbe aperto la caccia all’uomo, ma, chissà perché, non in quella occasione. 

“Come hai potuto non accorgerti che sgozzavano i tuoi genitori, piccolo idiota!” 

Il diavolo barbuto scagliò uno stinco di cinghiale in faccia al bimbo quasi rompendogli il setto nasale ma il ragazzino non emise un gemito né sbatté le palpebre dei grandi occhi marroni. 

“La mamma dormiva…dovevo preparare la colazione…era buio…” Rispose fissando lo zio.

“Cos’è, il buio ti fa paura?! Hai paura del buio!!?”

“Adesso basta!” Disse il vecchio. “Assumiti le tue responsabilità o te la vedrai con l’assemblea!”.

“Fottetevi…” Rispose l’orco umano trangugiando rumorosamente un liquido rosso puzzolente da una rozza brocca di creta.

“Se ti tiri indietro per te è aquila di sangue”. Mormorò il vecchio dagli occhi grigi. “Lo posso fare, sai che posso e ti assicuro che ne ho anche grande voglia”.

L’uomo sollevò un ciglio, stupito… poi sbottò in una risata fragorosa.

“Lascialo lì e vattene, mi serviva un valletto per la festa di stasera”, aggiunse pulendosi la bocca con il dorso della mano.

Il vecchio digrignò i denti, poi si chinò verso il cucciolo umano e disse:

“Ascolta bene: tuo zio ha molto da insegnarti, è il più grande cacciatore tra tutte le tribù dell’est.

Grazie a lui sarai un grande guerriero ma accetta un consiglio: svegliati! Capisci quando è il momento di sparire e prima che non si dica lo potrai mandare al diavolo”.

Poi, rivolto al padrone di casa: ”Attento a te. Il tuo credito col clan è finito”. 

Il cacciatore sputò a terra “quante storie, vattene vecchio!”

L’anziano raccolse infine il bastone presso l’uscio e lasciò la capanna sollevando la pelle che ne copriva l’ingresso.

…sparire…

Il vento cambia direzione, una brezza sottile solleva uno sbuffo di polvere portando nella concentrazione sbagliata l’odore dell’uomo al naso dell’animale che, istantaneamente, ne individua la posizione esatta. 

L’adrenalina investe l’orso come una valanga, l’istinto incanala in un semplice comando tutta la potenza di quei quattrocentonove chili di muscoli e denti ed artigli: 

“carica…” gli sussurra all’orecchio. 

L’esperienza di Tordoratto ha messo la preda nel posto giusto. Dopo mesi di studio la pazienza ha fatto aprire la finestra temporale creando l’occasione, adesso i riflessi del ragazzo chiudono il cerchio: la freccia viene scoccata ma il facile colpo viene deviato da un movimento casuale della bestia, proprio quando è a meno di cinque metri. 

Il proiettile schizza a terra sollevando uno sbuffo di foglie. 

Prima lezione: la sfortuna fa parte del gioco.

Il cacciatore mastica una bestemmia e tira una fune nascosta tra i detriti: la corda è legata ad un ramo caricato come una molla. 

Liberato dal fermo, quest’ultimo catapulta immediatamente Tordoratto in aria in un’esplosione di terra e polvere sottraendolo così alla furia del mastodontico bolide giuntogli quasi addosso.  

Mentre è in aria, il cacciatore estrae due coltellacci dai foderi e atterra sul groppone dell’animale piantandoglieli a fondo nella enorme schiena.

L’orso quasi neanche se ne accorge ma in preda all’impeto si schianta contro la poderosa quercia sotto al quale l’umano era rimasto appostato per ventotto ore. 

Un suono di legno spezzato annuncia che l’animale si è spaccato il muso.  

Il dolore, il sapore di sangue e denti rotti ne amplificano la furia e nonostante la sofferenza e la confusione l’orso cerca di mordere il suo cavaliere attaccato alle else che gli spuntano come piccole ali.

L’uomo non fa in tempo a recidere il capo di corda assicurato alla sua vita, nell’impeto rischia di rimanere tagliato in due.  

Il mostro cercandolo con le fauci si avvolge il cavo al collo.  

Tordoratto abbandona la presa sui pugnali e afferra la corda con entrambe le mani, ci si aggrappa con tutto il perso del corpo tirando la fune mentre la montagna riecheggia delle sue grida.  

Il mostro azzanna a vuoto, serra i denti a pochi centimetri da una delle gambe di Tordoratto che finalmente sente l’orso ansimare e mantenendo un equilibrio precario punta i piedi sulle costole della bestia ululando disperato.

L’orso è nel panico. 

Il grande ramo a cui la corda è assicurata comincia a cedere e di colpo si schianta a terra. 

Perso lo strangolamento, il cavaliere scivola e si aggrappa ad uno dei pugnali che però si stacca dalla carne rimanendogli in mano.

La caduta a terra è rovinosa e il Grande Guercio, rabbioso come può esserlo il re degli animali, cerca carne col muso finalmente libero per sferrare l’attacco fatale. 

Il bimbo era stato interrogato dal vecchio non appena giunto alla capanna: 

“Cosa è successo?!” 

“Li ho scoperti entrando, ero uscito al buio per prendere un secchio di latte”, disse il bimbo con voce piatta: 

“La luce filtrava dai pali, il sole era sorto e rischiarava l’interno della tenda dal foro in alto.

Loro erano così…fermi, gocciolanti. Morti come selvaggina”. 

Una cugina della madre era passata a ritirare le erbe raccolte il giorno prima per delle bevande. 

Entrata nella tenda iniziò a urlare. Aveva trovato il bimbo immobile davanti al giaciglio dei genitori nudi in un bagno di sangue.

Tordoratto non aveva neanche posato a terra il secchio di terracotta, reso pesante dal latte di capra. 

“Mi sono svegliato presto perché volevo iniziare i preparativi per oggi, se avessi svegliato papà senza avergli fatto trovare qualcosa da mangiare me ne avrebbe date di santa ragione…non mi sono reso conto che non russavano…come al solito”. 

“Chi può essere stato?” chiese la parente del piccolo.

“Sappiamo esattamente chi è stato” disse il vecchio.

“Allora dovete scatenare la caccia! Che aspettate?!” Disse la donna in lacrime, abbracciando il bambino.

Il vecchio ignorò la donna e si rivolse alla creatura:

“Figliolo, questo tipo di esecuzione è canonizzata dal codice dell’Est: tua madre è stata sottratta da tuo padre ad un legittimo pretendente che lo sconfisse in duello anni orsono. Il debito ora è saldato”.

“Chi è stato?”disse il bimbo scrutando gli occhi del vecchio.

“Non sono affari tuoi”. Rispose il capoclan abbassando lo sguardo con rassegnazione.

Tordoratto fece allora il suo primo urlo di guerra, un suono lungo e viscerale che da allora per molti sarebbe stato l’ultimo suono ascoltato.

La bestia schiuma: bava e sangue gli impediscono di respirare ma nonostante ciò è sempre veloce come un fulmine.  

Forse è stordito, forse la corda lo ha indebolito e l’unico occhio disponibile è abbagliato da lampi gialli e rossi: “questa volta Obad Hai è stato clemente” pensa il giovane uomo.

Rinvigorito dall’idea di aver messo in difficoltà il demonio della foresta, Tordoratto approfitta dell’affondo mancato e rotola, rotola come un pazzo per allontanarsi, finendo su qualcosa di appuntito che per poco non gli ferisce la mano.  

La montagna di peli gli addenta lo spallaccio di cuoio mentre una zampa affonda unghie lunghe come coltelli dentro la coscia. 

Mentre sente le carni che gli si lacerano l’umano è felice, l’occasione, è giunta.  

Un battito di ciglia e la freccia bacia il collo puzzolente del canide. 

“Muori!Muori!Muori! Muoriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”urla Tordoratto nell’orecchio del nemico.

La punta è corta, due centimentri al massimo, non puo’ aver ferito l’animale mortalmente, ma l’orso cade esanime all’istante.  

L’arma è molto costosa, contiene un segreto.  

Pericolosa da maneggiare è stata pagata con tre anni di guadagni nascosti allo zio.  Al suo interno una ampolla piccolissima forgiata da mani non umane contiene una lacrima estratta da un pesce misterioso.  

Un liquido così strano che in quella quantità può uccidere un orso di quattrocento chili in un cinquantottesimo di secondo.  

Il cacciatore normalmente non usa veleni, la carne dell’animale adesso è immangiabile ma quello è il Grande Guercio, l’unico essere vivente che abbia mai spaventato Tordoratto più di suo zio Bin’ohr D’ohr Atu.  

Tordoratto tre anni prima aveva già avuto modo di confrontarsi con quella fiera ed ognuno aveva lasciato la propria firma sul rivale. 

Tordoratto tornava dalla caccia con un grosso cervo il cui sangue aveva attirato la bestia fuori dalla tana, proprio poco prima del letargo, il momento più pericoloso. 

L’animale aveva seguito Tordoratto fino al fiume dove il ragazzo fece una breve sosta. 

L’orso puntò l’uomo alle spalle, e fece per azzanargli la testa ma il ragazzino vide il riflesso dell’animale appena in tempo per rotolare di lato.

Non bastò. 

Un artigliata gli prese la mano sinistra, il medio fu salvo dopo una lunga convalescenza ma mignolo e anulare saltarono via come cavallette. L’orso, ormai finito in acqua, si alzò sulle zampe posteriori oscurando il sole ma Tordoratto sapeva cosa fare: afferrò il primo sasso che ebbe a tiro e lo lanciò con precisione affinata in anni di allenamento, facendogli esplodere un bulbo oculare.

L’orso fece tremare la terra con un ruggito spaventoso, caricò e fuggì.

Tordoratto era salvo ma si guardava la mano ferita ripetendo: 

“scusa zio…scusa zio.. scusa zio…” poi vide il cervo e la preoccupazione di tornare dal vecchio a mani vuote ebbe la meglio. 

Arrestò l’emorragia alla meno peggio e riportò il bottino a valle.

Il terribile uomo lo accolse in penombra, a torso nudo con la spada bastarda appoggiata sulle gambe come un gatto. 

Il boccale nella mano destra e l’otre nella sinistra, tanto per cambiare.

Un po’ più grigio, un po’ più stempiato, ma sempre temibile come tanti anni prima.

“Cosa hai fatto alla mano?!”

“Niente zio Bin’Hor, un orso mi ha attaccato”. 

“E ADESSO DOVE SI TROVA?”, ringhiò.

Bin’Hor aveva gli occhi lucidi. 

“Mi è scappato…”

“IDIOTA!”l’uomo era poderoso e anche se non usciva più dalla capanna da tempo era ancora un barbaro spietato. 

Bin’Hor tirò l’otre vuoto in faccia a Tordoratto: 

“Vuoi imparare a farti rispettare dai cittadini e neanche riesci a farlo con le bestie! SEI LA VERGOGNA DEI TUOI ANTENATI!”

Il vecchio si alzò facendo cadere la spada a terra rumorosamente, lanciò anche il boccale verso il nipote e iniziò a tempestarne di schiaffoni e pugni la testa. 

Mani ancora di piombo.

Mentre lo zio inveiva e lo percuoteva con furia cieca Tordoratto era terrorizzato. Come sempre.

Il rispetto per chi lo aveva adottato dopo la morte dei suoi lo paralizzava ancora dopo ormai tanti anni. 

Quella notte nonostante le ferite e la stanchezza avrebbe sedato una rissa alla locanda poi avrebbe salvato una prostituta dal protettore.

Non stava mai a casa.

Entrava, posava l’attrezzatura o il denaro ed usciva, il più delle volte mentre il vecchio dormiva o era distrutto dagli spiriti.

Un paio di volte gli aveva passato il filo del pugnale sotto al collo nel sonno. Così, tanto per illudersi.

Tordoratto difendeva sempre i deboli in paese e non si rendeva conto di farlo perché in fondo sperava che qualcuno aiutasse lui.

Il dio Obad Hai, anche mentre lo zio massacrava il ragazzo per l’ennesima volta, era nascosto tra le assi della casa che osservava silenzioso. 

L’uomo quasi soffoca sotto il peso della carcassa che lo sovrasta. Ha ancora gli artigli infilati nella gamba, dentro le narici e in bocca il puzzo del pelo sudato, sporco di bava e sangue ma non gliene importa nulla. 

Finalmente una risata sguaiata e  sinistra si fa strada nella sua gola, un verso liberatorio ed incontrollabile, una dichiarazione di libertà inseguita e bramata. 

Il suono riempie la montagna facendo rabbrividire con il suo eco tutti gli animali che la popolano: gli esseri del bosco la odono e istintivamente sanno che il Grande Guercio è morto e tremano, tremano di paura. 

Tohr Dohr Atu è il nuovo Signore della foresta. 

Osserva il suo pupillo da sotto una foglia, vede il nuovo Tordoratto sbocciare nel suo splendore sanguinario ed annuisce compiaciuto. Ogni pezzo del mosaico che ha progettato si posiziona spontaneamente al proprio posto…Obad Hai è l’architetto spettatore della scena: egli è presente nell’aria, nella terra, negli alberi e nelle rocce. 

Fine

pacosidney.silvestri@hotmail.it

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