Sulthgwandil

Rob e Gregor rimasero tutta la mattina a giocare nell’orto dietro casa fin quando il cielo non si oscurò all’improvviso. Rob e Gregor non si accorsero di niente e continuarono a giocare come se niente fosse. Quando hai sei anni non ti accorgi sempre del pericolo, soprattutto se il pericolo è subdolo ed ignoto. Una leggera nebbiolina si sollevò da terra serpeggiando fra le case del villaggio. Avvolse anche l’orto dove i bimbi stavano dando vita ad un esercito di soldatini di fango che si fronteggiavano fra le mura di lattuga di un immaginario fortino. All’improvviso Rob e Gregor smisero di giocare, si guardarono e senza dirsi niente si incamminarono fuori dell’orto diretti nel bosco, lontani dal villaggio, lontani da tutto.

«Tutti gli abitanti di Greybell hanno udito distintamente urla di donna levarsi per tutta la contrada sud e subito si è sparsa la voce. Il dolore di due madri disperate che hanno perso i loro figli. Spariti nella nebbia, puf! Rapiti da chissà quale bestia o peggio ancora da qualche mostro.»

«Spiegati meglio oste. Che vuoi dire con “mostro”.»

«Prima che arrivassi tu, qualche giorno fa, una tempesta si è abbattuta sul nostro villaggio.» disse il vecchio sottovoce badando che lo sentissi solo io.

«Perché lo racconti proprio a me?»

«Perché tu sei un elfo, tu puoi capire certe…» fece una pausa per trovare la parola giusta «…certe stregonerie.»

«E va bene oste, ammettiamo che io creda alla tua strampalata storia, cosa dovrei fare secondo te?»

Il vecchio oste sputò in un bicchiere e cercò di asciugarlo con il panno già umido che aveva in mano, poi lo posò di fronte a me e mi versò dell’idromele.

«Secondo me c’entra il sindaco. Da quando è stato eletto è cominciato tutto, i bambini spariscono e non se ne sa più niente. Gira voce che il primo cittadino si dedichi al cannibalismo.»

«Cosa te lo fa pensare?»

«Da quando c’è lui ho visto molte pulzelle entrare nel castello e non uscirne più e ora spariscono i bambini. Te lo dico io, quello è un maledetto demone.»

«Avevi detto cannibale.»

«Sai che ti dico? È un cazzo di demone cannibale! E tu sei un elfo saccente di merda!»

Intuii che cominciavo a non andare a genio al vecchio oste quindi mi congedai ma non prima di aver pagato l’idromele.

«Ehi amico! Questa moneta è di legno.»

«Anche il tuo idromele sembrava piscio.» Mi chiusi la porta dietro le spalle con la ferma convinzione di non entrare mai più in quella bettola ma con la soddisfazione di potermi pagare da bere qualcosa di meglio con quello che gli avevo sottratto dalla cassa prima di uscire.

Decisi di muovermi verso il centro di Greybell. La mattina presto il mercato è sempre un ottimo posto se vuoi sapere cosa succede in giro.  Io avevo l’ordine di mantenere un profilo basso e di indagare discretamente e in un mercato. se sei bravo ad origliare, puoi sapere un sacco di cose senza esporti in prima persona. 

In qualche ora di perlustrazione della piazza sentii parlare molto del sindaco e della sua spocchiosa ostentazione di potere. Le voci lo ritraevano come persona poco attenta alle esigenze di Greybell e invischiato in loschi traffici. Giravano anche molte voci sul bosco vicino al villaggio. Da un po’ di tempo nessuno riusciva più a cacciare niente, sembrava che tutti gli animali fossero spariti nel nulla. Avvicinandomi al bosco qualche tempo prima provai anche io una sensazione che non mi piaceva affatto. Sentii un brivido di freddo.

Continuai a girare per tutto il giorno fra la gente. Capii una cosa sugli abitanti di questa cittadella che mi aiutò a sopravvivere nei giorni successivi: la solidarietà non è il loro forte. Se poi sei un elfo ti guardano quasi con disgusto. Agii fra la folla ricorrendo a tutte le mie abilità mimetiche per confondermi, muovermi e sparire conversazioni. I giorni passavano tra i mercanti che urlavano i loro prezzi e i saltimbanchi che facevano i loro spettacoli sulla piazza, proprio vicino alla forca tirata su per il malcapitato di turno. Ci sono persone che rimarrebbero giorni in piazza aspettando l’esecuzione. Che gente strana! Piangono i loro morti ma non vedono l’ora di vederne altri.

Vicino al banco del pesce fresco notai un crocchio di gente che parlava con una donna vestita a lutto. Mi avvicinai per origliare.

«Eliana, ci dispiace molto per la tua perdita, era un bambino così dolce.» disse un’anziana signora 

«Com’è successo!» replicò un’altra donna 

«Era nel campo di pannocchie che giocava e quando lo sono andato a cercare perché si stava alzando la nebbia non l’ho più visto. Ho chiamato per ore girando tutto il campo ma era svanito nel nulla.»

«Quando imparerete a tenere d’occhio i vostri figli?» disse una vecchia appena arrivata nei pressi del gruppo.

«Sta zitta vecchia megera, che ne sai tu di figli, sei arida come il deserto di Dryfull.» Gli rispose con disprezzo un’altra giovane donna vestita a lutto. La vecchia si allontanò sputando a terra con l’espressione arcigna di chi odia tutto e tutti.

«Dà retta a me Eliana.» Intervenne una signora che teneva a braccetto la mamma in lutto. «Il sindaco ne sa qualcosa di più di quello che vuol farci credere.»

Di nuovo il sindaco. Dovevo vederci chiaro ma non era ancora il momento di mettersi in luce. Volevo rimanere inosservato per qualche altro giorno. A volte il miglior metodo per capire qualcosa di oscuro è rimanere nell’oscurità. Decisi di aspettare la notte per fare una visita fuori programma nel palazzo di questo famigerato sindaco. Quindi mi ritirai nella stanza presa in affitto alla locanda e caddi in una lunga trance. Noi elfi non dormiamo mai, il nostro non è sonno ma più una meditazione profonda. Per quello ci scelgono per lavori del genere.

«Sulthguandil di Belthenior, gli anziani ti hanno convocati qui perché si sta verificando una spiacevole situazione nei territori ad occidente tra le colline ed il mare. Noi, in qualità di anziani della tribù ma soprattutto come elfi guardiani che hanno il dovere di vegliare su queste terre, ti affidiamo il gravoso compito di andare e riportare minuziosamente quanto accade. Dovrai scoprire le cause di tali oscuri avvenimenti ed inviare il prima possibile un rapporto da te vergato in modo che possiamo capire ed intervenire.»

Uscii dalla mia stanza solo in tarda serata e con l’aiuto delle tenebre mi avvicinai furtivo al palazzo del sindaco deciso a scoprire se le voci che giravano in paese avessero un minimo di fondatezza. Non fu difficile introdurmi a palazzo. Le uniche guardie erano piazzate davanti al portone principale, due grossi ragazzoni armati fino ai denti ma decisamente innocui.Avrei potuto metterli fuori gioco facilmente ma optai per scalare la parete sud dell’edificio che era meno in vista ma, soprattutto, l’unica provvista di finestre abbastanza in basso per essere raggiunte senza la corda. Fu così facile da farmi pensare che avrei fatto un buco nell’acqua. Se sei un assassino o un demone divoratore di bambini, una delle tue priorità è tenere lontani i curiosi, invece la sicurezza del palazzo aveva più buchi delle calze di un orco. La finestra era perfino aperta. 

Le finestre in basso davano su una sala da ballo con evidenti segni di un banchetto di grandi proporzioni. C’era un cinghiale intero e spolpato fino all’osso disposto su una lunga tavolata apparecchiata per una trentina di persone, il che mi sembrò veramente strano visto che nessuno andava e veniva dalla residenza del sindaco se non lui stesso. Non era abbastanza dovevo andare avanti.

La sala del banchetto era al secondo piano. Esplorai indisturbato tutto il palazzo. Ai piani inferiori c’erano gli uffici e gli alloggi delle guardie.Le stanze non erano molte e contando le brande dedussi che i soldati non dovevano essere più di una trentina. Nei piani alti c’erano stanze private del sindaco. Qui sentii un sonoro russare provenire dalla stanza sul fondo di un lungo corridoio. Ovviamente dovevo verificare, dovevo dare un senso a questa strana nottata. Mi avvicinai alla porta e facendo attenzione entrai nella camera da letto. C’era un grande baldacchino al centro che avrebbe potuto ospitare almeno tre persone ma era occupato solo dal corpo obeso del sindaco che, russando, produceva l’eco di una tempesta di tuoni. Oltre al letto c’era solo una cassettiera con sopra un piccolo scrigno porta gioielli, il resto della stanza era spoglio, pareti di nuda pietra e neanche un affresco o un quadro attaccato alle pareti. 

Continuai a pensare che il sindaco non fosse molto furbo per due motivi: il primo era che lo scrigno non era chiuso a chiave nonostante fosse fornito di serratura e aprendolo vi trovai solo una chiave che presi in prestito; il secondo era che una zampa della cassettiera aveva lasciato un segno a terra di forma semicircolare, come se la questa venisse spostata di continuo dal muro. Trovai persino le cerniere che la tenevano ancorata al muro. Non fu difficile trovare il passaggio segreto, se così si può definire, visto che lo trovai senza neanche cercarlo. L’apertura dietro la cassettiera mi rivelò una scala a chiocciola che portava verso il basso, scesi fino alla fine dei gradini, l’aria stantia, l’assenza delle finestre e la quantità di gradini percorsi mi fece pensare che mi trovavo nei sotterranei.

Mi ritrovai in una saletta molto piccola con una porta chiusa a chiave ma non fu un problema. La chiave ce l’avevo, era quella dello scrigno. 

“Idiota.”

Invece delle celle e degli attrezzi da tortura mi ritrovai nella stanza più sfarzosa di tutto il palazzo. Era un locale enorme pieno di drappeggi, quadri, arazzi e cuscini sparsi dappertutto. C’erano telai da ricamo, quadri appesi alle pareti, poggiati a terra e cavalletti con tele dipinte non ancora ultimate. C’erano attrezzi per lavorare la terracotta e delle sculture da ultimare. Avvicinandomi al centro dello stanzone mi accorsi che non tutti i cumuli a terra erano fatti di cuscini, alcuni erano di carne ed ossa e dalla sinuosità delle forme fui certo fossero corpi di donna. Non erano senza vita ma dormienti e semi nudi. Mentre cercavo di capire a cosa stessi assistendo mi ritrovai un braccio intorno alla gola che mi blocco i movimenti ed il respiro.

«Che cosa stai cercando, elfo?»

Non riuscii a rispondere. Mi mancava l’aria. Il mio interlocutore, non sentendo risposta, mise una lama di fronte ai miei occhi, come se cambiasse qualcosa. Ribaltai la situazione in un attimo. Avevo le mani libere e bastò una leva al polso per fargli lasciare la presa, e con un movimento veloce lo proiettai in avanti facendolo roteare letteralmente sopra di me. Estrassi il pugnale pronto per il combattimento. Rimasi stupito. Le corna e la coda non lasciavano dubbi su chi avevo di fronte.

«Ferma, non ho cattive intenzioni.»

«Ti sei introdotto furtivamente nel palazzo fino alle stanze di mio padre, fino ad arrivare quaggiù nel suo harem. Se non sei un ladro cosa sei?» 

«Innanzitutto, ti ringrazio per avermi risposto senza che ti domandassi nulla. Ora sono certo che il sindaco non è responsabile né della scomparsa dei bambini né dell’uccisione di giovani fanciulle del villaggio.»

«Certo che no, non potrebbe mai.»

«Questo l’avevo capito dal primo momento che ho messo piede nel palazzo. Andiamo, non ci vuole uno scienziato per capire che se la spassa dalla mattina alla sera noncurante di quello che si dice in giro di lui.»

«Sono solo maldicenze di invidiosi codardi. Hanno implorato affinché le loro figlie venissero prese sotto le ali protettrici di mio padre.»

«E di te che mi dici? Non credo che i cittadini sappiano che una tiefling risieda a Greybell.»

«Forse qualcuno mi ha visto di sfuggita ma nessuno sa che sono qui, tantomeno che io sia la figlia del sindaco.»

«Sono felice.» 

«Sei completamente fuori.» 

«Affatto, sono felice che una tiefling non sia coinvolta nei casi di bambini scomparsi, quelli come te non hanno bisogno di certa pubblicità. E sono felice di non doverti combattere, potrei avere la peggio.» fare la vittima funziona sempre, fa distendere gli animi e abbassa il livello di aggressività della conversazione. «Speravo di essermi sbagliato ma non potevo tralasciare nessuna pista.» Le lanciai la chiave che avevo trafugato al padre e mi voltai per andarmene.

«Fermo!» Con un gesto veloce mi si parò davanti. 

«Non si vedono spesso individui avvenenti come te da queste parti, è pieno di villici e rozzi.» mi sussurrò stringendomi a sé mentre con la punta della coda mi solleticava l’inguine. Sentii un brivido risalire dai lombi alla nuca, se non fosse stato per il mio autocontrollo non sarebbe stata solo la mia peluria a rizzarsi.

«Come ti chiami?»

«Io mi chiamo Afharia, straniero. Qual è il tuo nome?»

«Credimi, non è così interessante. Se te lo dicessi, poi, sarei costretto ad ucciderti.»

Mi divincolai e corsi via il più velocemente possibile e senza voltarmi indietro. Avevo una missione da compiere, per il momento niente distrazioni. Tornai alla mia stanza per redigere il rapporto giornaliero. Una volta finito mi affacciai dalla finestra ed emisi il richiamo, un suono udibile solo dai nostri messaggeri. Un gufo bianco si posò sul davanzale. Affidai il rotolo di pergamena ai suoi artigli e mi riposai qualche ora per ricominciare tutto da capo il mattino seguente. Non avevo ancora capito perché i bambini sparivano ma di una cosa ero certo: se gli anziani mi avevano inviato fin qui non era per via di un sindaco da quattro soldi con una figlia tiefling ninfomane. Credo che usasse anche l’harem di suo padre. È stato un bene che sia rimasta nascosta fino ad ora, a Greybell il meno ipocrita sputa per terra se non gli vai a genio. Se venissero a sapere che un mezzo demone con appetiti sessuali di dubbia preferenza fosse un loro concittadino lo ucciderebbero solo usando le loro lingue taglienti.

La mattina uscii di buon’ora di nuovo in direzione della piazza principale. Rimasi per un ora a girare fra i banchi del mercato fino a che non accadde qualcosa che avrebbe cambiato il mio viaggio. L’ennesimo gemito di disperazione di una madre a cui era sparito il figlioletto di sei anni. Sparivano sempre bambini della stessa età. Feci dei calcoli veloci deducendo che in questa cittadina moltissime coppie concepirono dei figli allo stesso momento. Erano spariti più di cinquanta bambini della stessa età su una popolazione di circa quattrocento anime. Mi sembrò un dato importante, come ad esempio il fatto che le madri non erano tutte giovani, ce n’erano anche di attempate, persino qualcuna vicino a quella che comunemente viene definita anzianità. Un concepimento indotto? Se così fosse: da chi o da cosa era stato indotto? E per quale motivo? Corsi a vedere cosa stesse succedendo, dovevo avere più informazioni possibile prima di seguire la prossima pista. Già, una volta escluso il coinvolgimento del sindaco rimaneva solo di dare un’occhiata al bosco. 

Arrivai nei pressi della madre disperata, tre individui che sicuramente non erano del posto le stavano facendo delle domande. Sembravano fatti per cercare guai con le loro spade, mazze chiodate e delle facce poco raccomandabili. Sicuramente erano in cerca di avventura per fare soldi facili. Della serie: uccido il mostro e incasso la ricompensa. Gente abbietta che sfrutta la povera gente per il proprio tornaconto. Come se il problema da cui ti liberano fosse l’unico ad affliggere questa massa di ipocriti. Avrò anche la puzza sotto al naso ma non è colpa mia se sono costretto a coprirmi le orecchie a punta. Il razzismo è una brutta bestia. Ma questa è un’altra storia.

I cerca guai si allontanarono insieme alla signora in lacrime, tenendomi a distanza li seguii. Dovevo stare attento, avevano l’aria pericolosa. Da come erano equipaggiati sembravano pronti ad ogni evenienza. Quello in armatura con la barba rossa era alto e della stessa stazza di quello sporco e vestito di pelli d’orso. Quello vestito di nero, invece, mi parve essere diverso, direi più carismatico. 

Seguendoli portarono dritto alla casa dove era avvenuto il misfatto. Non sono di certo il tipo a cui piace essere coinvolto in prima persona ma quello che vidi mi costrinse ad intervenire.

«Fermi!»

«Altrimenti?» intimò il tizio puzzolente coperto di pelli d’orso.

«Altrimenti finirete per rovinare tutti i segni e le tracce che potremmo seguire per cercare il ragazzino.» Il silenzio fu eloquente. Decisi di fare la prima mossa.

«Non vi dirò il mio nome, ma vi dirò che sono qua per lo stesso motivo che spinge anche voi. 

«I tesori?» disse ancora l’uomo orso

«No, scoprire la verità.»

Feci finta di non sentire e mi rivolsi agli altri due del gruppo che mi sembravano più svegli del loro amico. 

«Facciamo il punto. Signora, ha sentito qualche rumore insolito? Ha visto altre persone, cose o esseri infernali aggirarsi nei pressi di casa sua?»

«No, si è solo alzata una leggera nebbia e mio figlio non c’era più.»

«Ho capito. Ora lasciatemi fare il mio lavoro.»

Mi guardarono come se venissi da un altro pianeta ma non mi lasciai intimorire, almeno così diedi a vedere. Non feci altro che seguire le tracce del bambino ancora fresche. Non fu un’operazione da novellini. Seguire tracce è un’arte. 

Arrivammo in poco tempo ai margini del bosco. Lo odio quel posto. Tutti pensano che noi elfi siamo degli esseri eterei in contatto con la natura in modo quasi mistico. Stronzate! Da quando sono qui non ho mai avuto simpatia per questo pezzo di mondo, soprattutto per questo bosco di merda e quando dico merda mi riferisco all’odore che emana. È troppo silenzioso ed è più buio del solito, la luce sembra attaccarsi alle fronde degli alberi senza scendere più in basso. Avete presente l’odore di un animale morto ma mischiato a quello dei funghi marci e di feci. Ecco, quello è l’odore che ti si attacca addosso dentro questo bosco. Mi stavo sentendo male, più camminavamo più il terreno si faceva umido, fangoso e malsano. È proprio in momenti come questi, quando pensi che tutto faccia schifo, che le cose peggiorano. Non avevo mai visto un uccello stigeo da vicino. Sono delle mostruosità con due paia di ali demoniache. Il loro passatempo preferito è dissanguarti con il loro pungiglione e con me ci sono quasi riusciti. Se non fosse stato per questi tizi che ho incontrato non sarei sopravvissuto.

Dopo aver sterminato quei cosi infernali ci mettemmo in sesto e continuammo la faticosa camminata verso il centro del bosco, era lì che le tracce convergevano. Giungemmo, ormai al tramonto, in una piccola radura occupata da una singola e derelitta casa di boscaioli. Dal camino usciva del fumo nero tutt’altro che invitante e rustico. Dalle finestre usciva la luce calda tipica del caminetto acceso e si udivano canti di bimbi. Avevamo forse trovato la meta? L’origine delle misteriose sparizioni? Uno degli uomini che era con me, quello grosso con la barba rossa, stava per andare verso la casa decisi di intervenire.

«Aspetta! Rimanete nascosti.»

«Dobbiamo andare, li senti quei bambini? Dobbiamo salvarli.»

«E che vorresti fare? Andare a bussare e dire che vuoi portare via i bambini?» Disse il tizio vestito di nero.

«Evviva! Finalmente qualcuno che pensa prima di usare la spada?»

«Attento a come usi quella fogna elfo!» intervenne l’uomo orso.

«Sentite, io comincio ad odiare con tutto me stesso questo bosco dall’odore nauseabondo, quindi ora faremo così…» credo di essere stato particolarmente assertivo perché tutti mi guardavano aspettando ciò che avevo da dire. «Io vado avanti a dare un’occhiata a quello che si vede dalle finestre. Aspettate qui.» Non aspettai che mi rispondessero, andai e basta. Quello che vidi fu sconcertante. Una lunga tavolata con tutti bambini piccoli che cantavano ma dalle loro espressioni sembravano indotti a farlo. Non costretti ma in uno stato di ipnosi o trance o chissà quale diavoleria. Poi vidi uno gnomo che faceva dei gesti con le mani ma non stava dirigendo il coro, erano le movenze per un incantesimo. A capotavola una vecchia signora stava godendosi la scena con sguardo soddisfatto. Era un viso che mi sembrava di conoscere e cercando nella mia memoria capii la sensazione. Era la vecchia megera del mercato, la signora con l’espressione arcigna che sembrava avercela con tutto e con tutti. L’insospettabile colpevole confuso fra la folla. Stavo per tornare dagli altri quando li vidi avvicinarsi. Non ero stato poi così assertivo. Mi venne quasi da pensare che mi volevano fuori dalle palle. Va bene, lo accetto, infondo non li conosco neppure. Diedero uno sguardo all’interno anche loro e poi facemmo irruzione. Fu un attimo. Ucciso lo gnomo i bimbi uscirono dalla trance ed ebbero un moto di spavento sparpagliandosi per la stanza. Uccidere la vecchia, che nel frattempo si rivelò una strega in grado di lanciare incantesimi, fu meno facile del previsto ma non impossibile. Soprattutto per una spada ed una mazza ferrata usate a dovere da due energumeni. Quella sera stessa portammo i bimbi alle loro famiglie e Greybell fu libera dal male che si annidava nel bosco. Purtroppo, non dalla stupidità del sindaco, non si può avere tutto dalla vita. 

Solo una cosa non mi fu chiara. La strega non sembrò soffrire della propria morte, non celò una certa soddisfazione mentre agonizzava. Segnò il pavimento con uno strano simbolo utilizzando il dito sporco del suo stesso sangue. Pronunciò delle strane parole che non riconobbi e spirò. Copiai il simbolo e appuntai tutto l’accaduto nel rapporto inviato ai saggi qualche giorno fa. In tutta risposta un gufo messaggero si palesò al davanzale della mia stanza con una missiva in cui i saggi mi richiamavano al villaggio con urgenza. Che abbiano scoperto qualcosa? Salutai i miei occasionali compagni d’avventura offrendo da bere a tutti e mi misi in cammino. 

«Dove te ne vai elfo?»

Alzai solo la mano per salutare.

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