Gunnar: il bosco stregato

1

“Un’altra dannata birra!” – urlò verso il locandiere, sbattendo il boccale ormai
vuoto sul rozzo tavolino di legno – “Si può avere da bere in questo maledetto posto?
Ho sete, maledizione! E quando ho sete divento nervoso. Non vi conviene!” – proseguì
in modo sguaiato, biascicando le parole. Gunnar non era ubriaco. Era solo al sesto
boccale! E quella birra di certo era annacquata. Nessuno poteva ingannarlo sulle birre.
Gli piaceva vantarsi di essere stato svezzato dal padre a base di pinte sui campi di
battaglia del profondo nord. Non era ubriaco, dicevamo, ma aveva imparato che il
modo migliore per ingannare l’avversario era mostrarsi come non si era realmente.
Non che ci fosse un nemico reale, si badi, ma poteva sempre arrivare all’improvviso. E
Gunnar, per la dannata barba di Torm, sarebbe stato pronto. “Se pensi di affrontare un
nemico indebolito, inevitabilmente abbassi la guardia” – gli aveva insegnato il padre.
E Gunnar lo aveva imparato a sue spese, quando – ancora adolescente – si
avvicinava di soppiatto al padre. Provava a rubargli la chiave dell’armeria, mentre
apparentemente dormiva: sbam! Il dorso della mano del genitore lo investiva
all’improvviso, come un bisonte delle nevi, facendolo volare via. Tentava di scavalcarlo
per uscire dalla tenda e curiosare di notte: sbam! Azzardava a sottrargli qualche
moneta per spendersela in birra o donne: sbam! Tentava di sfilargli la possente ascia
da guerra: sbam! Sbam, sbam… e poi ancora sbam! Ad un certo punto aveva smesso di
contare i manrovesci che lo investivano. Ma non aveva mai smesso di provare a
sorprendere il padre. Era addestramento.
Ogni cosa era occasione di addestramento. Tutta la sua infanzia e prima
giovinezza erano stati un continuo e incessante allenarsi. Da quando aveva iniziato a
stare saldo sulle proprie gambe, il padre lo aveva sottoposto a prove di ogni genere. E,
se conoscete un minimo il popolo del Nord, potete ben immaginare che di certo non si
trattasse di filare la lana o incidere il legno. Nuotare, saltare, domare animali,
combattere… “Gunnar, la vita è il peggior campo di battaglia” – gli ripeteva
costantemente il padre – “Spesso non conosci l’avversario e non scegli tu quando e
dove attaccare. Puoi solamente essere pronto!”. Questo insegnamento, in genere, gli
veniva impartito a base di botte, stoccate, calci, bastonate e ogni altro genere di
strumenti educativi che un premuroso genitore del profondo nord potesse avere a
disposizione.

E Gunnar imparava, amici miei. Giorno dopo giorno, colpo dopo colpo, si
temprava e affinava le proprie doti di guerriero. Fino all’inevitabile battesimo sul
campo. Ma questa, cari lettori, è un’altra storia. Siate clementi e pazienti. Un giorno o
l’altro vi sarà raccontata. Vi basti sapere che (ma questo è ovvio) ne uscì vivo, ma perse
il padre e la propria casa. In compenso, si guadagnò una cicatrice sopra lo zigomo
destro. Già, la famosa cicatrice. Chi ha avuto l’onore (o la disgrazia) di conoscerlo
meglio, saprà già che quando Gunnar si accarezzava quella cicatrice, non era buon
segno. Significava battaglia e distruzione.
Ora torniamo al nostro eroe, finto ubriaco nella locanda. Di certo possiamo dire
di lui che non era un tipo che potesse passare inosservato. Con la sua figura massiccia,
frutto degli anni di allenamento e combattimenti, il volto incorniciato da una folta e
fulva capigliatura e da una altrettanto fulva e folta barba… un grosso leone, potremmo
definirlo. E se vi si parasse davanti un possente felino, cari lettori, sicuramente non
fareste a meno di notarlo, se accettate l’eufemismo. Se poi l’imponente animale
selvatico è rivestito di un’armatura a scaglie e impugna una terribile ascia da guerra…
Beh anche i più distratti di voi comincerebbero a preoccuparsi per la loro incolumità.
Tra l’altro, il nostro guerriero si era guadagnato il soprannome di “Braccio possente”. Si
dice avesse ucciso un orso con un pugno solo. Non sappiamo se fosse vero o una
legenda. Ma potete stare sicuri che, una volta visto in azione, non vi interrogherete più
su questo particolare.
E fu su per giù questo l’effetto che aveva fatto quando era entrato nella locanda
“Elfo sfregiato”. Era giunto a Greybell all’alba, dopo un lungo e quasi interminabile
viaggio. Aveva atteso che la locanda aprisse, appoggiato alla parete esterna. Era stanco
e assetato. Una volta dentro, aveva ordinato un pasto e della birra e si era
letteralmente gettato sopra il tavolo, dove lo abbiamo trovato all’inizio del nostro
racconto. Per quanto sembrasse una scelta casuale, non lo era stata. Come potrete
aver ormai compreso, nessun gesto del nostro eroe era puramente casuale.
L’esperienza da guerriero gli aveva fatto individuare immediatamente quale fosse la
posizione ideale per controllare il via vai che ci sarebbe stato all’interno della taverna.
E la scelta era caduta su quel tavolo addossato alla parete orientale: avrebbe avuto le
spalle coperte e, al contempo, sarebbe stato in grado di tenere d’occhio la porta di
ingresso. E poi lì il locandiere era a portata di urlo. Il che non guastava affatto.
Ma perché era lì? Vi starete domandando. Beh, Gunnar – se non lo avete intuito
– si guadagnava da vivere con il suo talento di guerriero. Metteva la sua ascia al
servizio del miglior offerente. Era, insomma, un mercenario. “La mia ascia per il tuo
denaro!” – amava declamare con non poca spocchia. E di denaro ora ne aveva
dannatamente bisogno. L’ultimo incarico lo aveva messo a dura prova. Ovviamente
l’aveva portato a termine con successo. Guai a insinuare qualcosa di diverso! Però,
senza scendere in troppi dettagli (lo so che appagherebbero la vostra insaziabile
curiosità), diciamo che era uscito dall’ultima avvenuta un po’ “alleggerito” nel suo
equipaggiamento. Aveva salvato per un soffio (oltre che la propria vita) il suo
armamento, lo zaino e un po’ di denaro.

Poco, ahimè. E, ne converrete cari lettori, non è con la gloria che si mangia. E
Gunnar aveva un insaziabile appetito. Mosso più da questo appetito, più che dalla sete
di gloria, era andato girovagando a caccia di un incarico che gli riempisse nuovamente
le tasche e, quindi, anche la pancia. Durante il suo errare di villaggio in villaggio, aveva
udito di strani eventi che stavano accadendo a Greybell. Pareva ci fosse qualcosa che
minacciasse quel ridente villaggio. “Sarebbero dei folli a non richiedere i servigi della
mia ascia!” – aveva pensato Gunnar, pregustandosi lotte, combattimenti, gloria e (beh
ormai vi è chiaro) denaro.

2

Mentre una ambrata cascata andava riempiendo il boccale di Gunnar, un grido
proveniente dall’esterno sovrastò il caotico chiacchiericcio della locanda. Era un urlo di
donna. Stridulo. Carico di paura e disperazione. Un silenzio innaturale cadde
all’interno. “Aiuto! Salvatelo. Lo hanno preso!” – udirono tutti gli avventori,
immobilizzatisi (quasi sospesi in un limbo) per la sorpresa. Solo Gunnar rimase a prima
vista impassibile. Strappò di mano al locandiere la caraffa di birra e iniziò a tracannarla
avidamente. Ormai lo conoscete il nostro rosso mercenario. Dietro a quell’apparente
indifferenza, i sensi di guerriero erano allertati. Se la mano sinistra era impegnata con
la grossa caraffa, la destra era scattata istintivamente verso la grossa ascia da guerra,
tenuta sempre a portata di mano sotto al tavolo. Avreste potuto provare ad aggredirlo
in quel momento! Immaginandolo una facile, distratta e ubriaca preda. Probabilmente
avreste commesso l’errore più madornale della vostra vita. Forse, amici miei, anche
l’ultimo. Quando le grida proseguirono, la gente accorse fuori dalla locanda per vedere
cosa fosse successo. Anche Gunnar, con discrezione, varcò la porta e si mise ad
osservare, lontano dal capannello di persone che nel frattempo si era andato
formando.
Di fronte alla taverna c’era la zona del mercato, costante crocevia di persone e
razze diverse. Quello di Greybell era un mercato florido, al pari della cittadina che lo
ospitava. Attirava quindi un gran numero di mercanti e compratori. Se cercate
qualcosa in particolare o avete intenzione di fare buoni affari nella vendita, signori miei
andate a Greybell. Per chi di voi non vi si è mai recato, la prima volta rimarrà di sicuro a
bocca aperta. Vedrete davanti ai vostri occhi un variegato crogiolo di razze e
mercanzia. Ogni tipo di merce, come i lettori più smaliziati possono intuire. Il mercato
era, insomma, un frenetico via vai di persone, accompagnato dal diffuso vociare delle
più diverse ed esotiche lingue. Barbari che vendono agli umani, elfi che acquistano dai
nani. Attenti però alle vostre borse, signori miei! Potete immaginarci che, un simile
florido mercato possa attirare qualche astuto ladro, anch’egli in cerca di affari.
Ma torniamo alle urla che si erano udite (anche per non tediare coloro di voi che
già conoscono le bellezze della cittadina). Le grida provenivano da una giovane donna.
Anche piacente, aveva avuto modo di notare con occhio allenato il nostro Gunnar
(d’altronde anche i guerrieri sono fatti di carne e sangue, signori miei!). Ma i bei tratti
del viso erano alterati da un’espressione di profondo dolore e disperazione. Qualcosa

di grave le era sicuramente successo, rifletté il nostro guerriero. E si avvicinò un poco
al gruppo di persone che attorniava la donna. “Lo hanno preso!” – stava ripetendo la
disperata, rispondendo alle domande di chi le stava intorno – “Era con me. Stavamo
fuori nel giardino di casa. Oddio! È stato un attimo: mi sono voltata a prendere delle
cose e poi …. Non c’era più” – proseguì nel racconto, singhiozzando – “Il mio bambino!
Lo hanno portato via! Anche lui. È successo anche a lui. Come agli altri!”. Altri? La
situazione si infittiva, andava rimuginando mercenario. Bambini spariti! Un’ottima
occasione per riempire le proprie tasche e la propria pancia. Ma, soprattutto,
un’opportunità per mostrare a questa gente le prodezze di Gunnar “braccio possente”.
Il nostro amico, dobbiamo ammetterlo, di certo non poteva essere definito un
samaritano. Gunnar, non era proprio totalmente avido o senza scrupoli. Aveva a suo
modo un codice d’onore. Quello del popolo del Nord. Inculcatogli a suon di sberle (e
che sberle, potete immaginare) dal padre. Tuttavia, spavalderia e brama di onore e
denaro facevano parte integrante del suo stile di vita. Gli aderivano addosso saldi
quanto la sua armatura a scaglie gli ricopriva il possente corpo. Immaginerete
facilmente, quindi, quale luce si accese negli occhi di Gunnar, udendo le parole della
donna. Avventura, lotta, soldi e fama!
“Questo è un lavoro per Gunnar “Braccio possente”!” – gridò in modo teatrale e
solenne il guerriero, che nel frattempo si era avvicinato al capannello di persone nel
mercato – “La mia ascia per il vostro denaro! Le vite dei vostri figli non hanno prezzo,
signori. Come sono inestimabili il valore ed il coraggio di Gunnar!” – proseguì in quella
che era in tutto e per tutto una plateale propaganda dei servigi che il nostro
mercenario poteva offrire – “Cosa sono, quindi, i vostri denari in confronto con le vite
di fanciulli in pericolo. Amici miei, Gunnar è qui per voi!”. Il silenzio calò sul mercato.
Ma fu subito infranto. “Bah! Rapiscono dei bambini e quello chiede soldi! – disse la
voce gracchiante di un vecchio – “Ma in che mondo viviamo? Ai miei tempi gliel’avrei
fatta vedere io! Oh sì…”. A quel punto la gente, ignorando Gunnar, riprese a consolare
la povera donna, cercando di aiutarla e confortarla. “Dannato vecchio!” – mormorò il
nostro mercenario – “Sei fortunato che ho la pancia piena di birra e devo concentrarmi
su quello che sta accadendo. Sennò ti avrei tolto la voglia di fare battute…”.
Poi notò che due figure in particolare si erano avvicinate alla poverina. La
stavano interrogando. Uno di essi era un possente barbaro, vestito di stracci. Un
cacciatore che, con molta probabilità era lì a vendere le pelli di animale. Ma non solo.
L’occhio osservatore del nostro Gunnar era caduto sulla morningstar appesa alla vita
dell’uomo. E quella, amici miei, non possiamo di certo definirla un’arma da cacciatore.
Sicuramente, oltre a cacciare, si dedicava ad altro. Forse anche solo saltuariamente,
ma qualche avventura o battaglia l’aveva vissuta. Anche il nostro mercenario era
giunto alla medesima conclusione. Non sappiamo perché (e non lo sapeva nemmeno
Gunnar) ma il barbaro gli divenne immediatamente simpatico. Sarà stata l’arma o forse
l’aura che emanava. Quella di un sognatore (forse un po’ tonto?) mista a quella di un
essere micidiale. Sotto quello sguardo apparentemente tranquillo e serafico, si
potevano percepire le doti di un combattente, pronto a scattare se fosse stato
necessario.

Mentre Gunnar si perdeva nell’osservazione del barbaro, l’altra figura elegante e
vestita di nero si era ulteriormente accostata alla donna. La poverina sembrava rapita
dai modi affabili del giovane. I singhiozzi disperati si erano calmati e stava iniziando a
parlare con lo sconosciuto. “Damerino da strapazzo” – pensò fra sé il nostro guerriero
– “Cosa ci troverà di interessante quella là…”. Ormai, cari lettori, conoscete il nostro
mercenario. Erano l’orgoglio e la boria a portare quei pensieri. Non provava di certo
ostilità verso il giovane soccorritore. Solo una punta di invidia. Lui aveva offerto
pubblicamente (ovviamente ad un prezzo ragionevole) il suo possente braccio e la sua
letale ascia ed era stato ignorato. Ora quel tizio godeva di tutta l’attenzione della
donna e anche della folla ormai. In ogni caso, anche lui sembrava essere più di quello
che mostrava. Saranno stati i modi sprezzanti o la facilità con cui le sue parole (quasi
ipnotiche) avevano calmato e conquistato la madre disperata, però al nostro Gunnar
non gliela raccontava giusta.
Quand’ecco che ad arricchire il quadretto giunse la guardia cittadina. Se siete
avvezzi a viaggiare, potere immaginare che quelle di Greybell sono un po’ come tutte
le guardie dei piccoli centri urbani. Per chi non viaggia (o non ha voglia di immaginare)
diremo che l’esiguo manipolo che giunse al mercato non aveva un’aria marziale. Pance
strabordanti dalle cinture, divise unte o macchiate di birra, barba incolta. Aria
assonnata. Questo era lo spettacolo che si palesò in piazza. A completare la scena, un
bello stecchino in bocca a quello che doveva esse il comandante. Non per l’aria
autorevole, cari miei, quanto per il fatto che fu il primo e l’unico a prendere la parola.
“Che succede qua?” – biascicò con lo stuzzicadenti che oscillava disgustosamente fra le
labbra – “Circolare! Circolare! Non voglio assembramenti non autorizzati”. Il faccione
sudato e paonazzo (di sicuro aveva da poco finito di gozzovigliare da qualche parte) si
voltò sulla donna e sul terzetto che le stava vicino. Il mercenario, il barbaro ed il
giovane ammantato di nero. “Che succede qui?” – si rivolse ai tre – “Che cos’ha la
signora? È vostra amica?” – proseguì cercando di darsi un’aria autorevole e
intimidatoria. Il giovane in nero prese subito la parola, prima che il barbaro o il nostro
mercenario potessero aprire bocca. “Certo che sì, comandante! Va tutto bene. La
signora si è sentita male, ma ora sta meglio” – disse guardando il capo delle guardie,
che repentinamente cambiò atteggiamento. “Va bene, va bene… Allora portatela via a
riposare” – disse quasi borbottando, ma anche sollevato perché il pericolo di dover
faticare era scampato – “E voi tutti… forza disperdetevi! Non è mica una festa qui!” –
urlò a tutta la piazza. Poi richiamò i suoi, che nel frattempo si erano sparsi nel mercato
ad esaminare i banchi lasciati incustoditi. “Rientriamo in caserma!”. E come erano
arrivati, così si allontanarono.
Dopo uno sguardo di intesa fra il giovane affabulatore e gli altri due, l’assortito
terzetto decise di mantenere quanto promesso alle guardie. Aiutarono la donna ad
alzarsi e la scortarono verso casa. Durante il tragitto, Gunnar sentiva che qualcosa non
andava. I sensi allenati del nostro mercenario avevano notato che non erano da soli.
“Amico, qualcuno ci sta seguendo” – mormorò al barbaro, che in maniera del tutto
spontanea iniziò a girarsi per guardare dietro le loro spalle “Che fai! Sta buono!” – gli
disse il rosso guerriero – “Fai finta di niente. Proseguiamo senza far capire che ci siamo
accorti di lui. Prendiamoci il tempo necessario per capire chi sia e come comportarci”.

Il barbaro dal volto semplice annuì. E ancora una volta, Gunnar notò quella strana luce
letale negli occhi.
Giunsero, infine, davanti la dimora della povera donna. “È successo qui” – disse
ricominciando a singhiozzare – “Io e il mio bambino eravamo in giardino. Lui giocava
vicino a me. Poi mi sono voltata per raccogliere non ricordo che cosa e …. Era sparito.
Se lo sono portato via!” – disse scoppiando in lacrime. Gunnar, diciamocelo amici miei,
non era di certo un fulgido esempio di sensibilità ed empatia. Sbuffò sonoramente.
“Vabbè, diamoci da fare. Vediamo se riesco a trovare qualcosa che ci aiuti a capire” –
disse mentre, scansando i due compagni, fece per attraversare il cancello della casetta.
“Fermi!” – gridò una voce alle loro spalle – “Non entrate. Non calpestate il prato o
cancellerete eventuali tracce”. I tre avventurieri e la donna si voltarono all’unisono.
Una figura sottile incappucciata e dall’aria sfuggente si parava dinanzi a loro.
“Eccone un altro con cui dovrò dividere la ricompensa” – mormorò il nostro
pragmatico mercenario. “Chi sei e perché ci seguivi?” – gli chiese il giovane vestito di
nero. Il barbaro si limitava ad osservare la scena, tenendo la mano vicina alla sua
morning star. “Mi chiamo Sulthgwandil” – rispose l’essere, mentre si toglieva il
cappuccio, rivelando due orecchie a punta e gli altri tratti inconfondibili di un elfo –
“Anche io ero nella piazza del mercato e ho assistito a tutta la scena. Vi ho seguiti
perché posso darvi una mano”. Gli animi si rilassarono un poco. Il barbaro allontanò la
mano dalla sua letale arma e fece un passo avanti. “Il mio nome è Tordo Ratto e vivo
qui a Greybell” – disse, rivolto agli altri presenti. “Io, se non mi avere riconosciuto,
sono Gunnar Braccio possente!” – disse con aria solenne il nostro melodrammatico
guerriero, mentre con la coda dell’occhio cercava di sbirciare le espressioni del suo
esiguo pubblico. Se c’era qualcosa che rivaleggiava con la brama di ricchezze del nostro
amico, avrete capito cari lettori, quella era proprio l’altissima considerazione che
Gunnar aveva di sé. Purtroppo per lui nessuno degli astanti sembrava stupito o dava
segni di averlo riconosciuto. “Bah!” – sbottò sputando a terra – “Ma da dove venite? E
Che razza di nome è Sult… Sult..will. Lasciamo stare” – Proseguì scuotendo la testa.
“Kael, per servirvi” – interruppe il momento di imbarazzo il giovane ben vestito, sotto lo
sguardo quasi disgustato (e invidioso diciamocelo) di Gunnar.
Il nostro guerriero, anche se un po’ presuntuoso, sapeva riconoscere quando era
il momento di lasciare il campo a chi era esperto più di lui. Anche questa lezione
l’aveva appresa dalle sonore sberle paterne. Ma l’aveva ricordata innumerevoli volte,
quando in battaglia si era affidato alle doti di altri compagni. “Forza Sult…coso.
Insomma forza Elfo! Bando alle ciance!” – sbottò con fare sbrigativo – “Fai quello che
devi fare…” – Proseguì facendosi da parte e facendo segno agli altri di allontanarsi.
L’elfo assunse un’espressione grave. Sui suoi delicati tratti comparvero delle rughe,
segno che si stava concentrando. Esplorò tutta l’area circostante. Il giardino e il viale
che partiva dal cancello, per arrivare al bosco, fuori dalla cittadina. Poi si bloccò.
“Qualcuno ha attirato il bambino fuori da casa e lo ha portato via” – sentenziò in
tono asciutto. Poi, visto che i compagni lo stavano fissando, come in attesa di altre
spiegazioni, proseguì – “Ci sono chiare tracce di due piccoli piedi, che dal giardino
escono e proseguono lungo la strada, fino ai margini del bosco” – disse puntando il

dito verso il confine della città. “La cosa strana è che non trovo altre impronte a fianco
a quelle del bambino” – proseguì rabbuiato l’elfo – “È come qualcosa o qualcuno
avesse attirato il piccolo fuori dal giardino, per indurlo ad entrare nel bosco” –
concluse. “Magia!” – proruppe Tordo Ratto. “Ci mancava questo!” – gli fece eco il
nostro disilluso Gunnar. “Un incantesimo ha operato sulla giovane mente,
incantandolo” – sentenziò con aria consapevole Kael. “No! Il mio bambino” – chiuse
piangendo la povera donna, mentre Gunnar, spazientito, iniziava a darsi pugni sulla
testa, mormorando qualcosa del tipo “Donne” e poi “Lagnose” o altre espressioni che
non riporteremo per non dare a voi lettori un’immagine del nostro guerriero peggiore
di quello che in realtà era.

3

Rassicurata la donna, i quattro avventurieri si addentrano nel bosco. L’elfo, in
testa a tutti, seguiva le tracce. Accanto a lui, il barbaro, che si muoveva a suo agio nel
suo territorio di caccia. Seguivano il misterioso giovane in nero e, a chiudere, il nostro
mercenario. Ma mano che si procedeva all’interno, la natura circostante andava
progressivamente mutando. Anche Gunnar, che non vantava fra le sue abilità quella di
botanico (l’unico contatto con un albero che immaginava era tramite la sua ascia)
aveva cominciato a percepire un’atmosfera opprimente, corrotta e malvagia.
Guardando i propri compagni ebbe conferma della sua sensazione. Anche loro erano a
disagio. Soprattutto Kael. Sembrava avvertire qualcosa in più degli altri. Quel giovane
era un mistero per Gunnar. E il nostro guerriero odiava i misteri. Le riflessioni furono
interrotte da grida stridule provenienti dall’alto.
“Uccelli Stigei!” – gridò l’elfo – “State tutti in guardia! Vogliono succhiare il
nostro sangue”. Orrende creature alate, che sembrano essere state vomitate dai
peggiori incubi, piombarono sopra il quartetto di avventurieri. Gunnar, impugnò
fulmineo la propria ascia e si mise in posizione da battaglia. Alzando lo sguardo in alto,
vide degli orribili esseri. Gli sembravano un perverso miscuglio fra un grosso pipistrello
e una zanzara gigantesca. Lunghe pinze alle estremità delle zampe e una grande e
disgustosa proboscide. Tramite questa protuberanza appuntita, simile ad un ago,
fendevano l’aria cercando vittime. Gunnar lanciò il proprio grido da battaglia, seguito a
ruota dagli altri compagni, e il combattimento iniziò.
Fu una lotta all’ultimo sangue. E, vista la natura degli avversari, converrete cari
lettori che mai definizione fu più azzeccata. Una creatura si avvinghiò a Tordo Ratto,
che cominciò a colpirla nel tentativo di liberarsi. Kael mormorò parole in una lingua
sconosciuta, facendo strani e ampi gesti con le mani. Un raggio colpì il succhiasangue,
che cadde a terra privo di vita, sotto gli occhi grati e stupiti del barbaro. Gunnar aveva
assistito alla scena con la coda dell’occhio, perché si stava preparando ad essere
attaccato da un altro Uccello Stigeo. Ma gli bastò poco per capire finalmente cosa
nascondesse il giovane in nero. Era un mago o forse uno stregone. Ma ora non poteva
rifletterci troppo, aveva qualche mostro da massacrare con la sua possente ascia. E fu
così che anche gli Uccelli Stigei appresero perché il nostro guerriero fosse chiamato

Braccio possente. L’arma si abbatté, letale e inesorabile, su uno dei terribili volatili,
tagliandolo di netto. Il combattimento infuriò ancora per un poco. Quando anche l’elfo
eliminò l’ultimo uccello, i quattro crollarono a terra per riprendere energie e fiato.
Mentre ognuno controllava i danni e le ferite subiti, la sera calò intorno a loro. Al
buio poterono notare che in lontananza si erano accese alcune luci. “Guardate! Laggiù
c’è una casa illuminata” – esordì l’elfo dalla vista acuta – “Laggiù!”. Tutti si voltarono
nella direzione indicata. Nel bel mezzo della vegetazione sorgeva una piccola
abitazione di legno, dalle cui finestre brillavano delle luci. “Va bene Sult-coso o come ti
chiami” – esordì Gunnar – “Andiamo a vedere da vicino. Sfondiamo la porta. Se
troviamo i bambini con i rapitori, spacchiamo qualche testa e salviamo i marmocchi.
Facile!”. “Calma” – intervenne Kael, mentre il nostro impaziente mercenario alzava gli
occhi al cielo con palese disapprovazione – “Dobbiamo studiare un piano per
avvicinarci senza essere visti. Se i bambini sono lì dentro e i rapitori ci scoprono,
metteremo i piccoli in pericolo” – concluse, fingendo di ignorare le smorfie di scherno
di Gunnar. “Salviamo i bambini!” – esordì Tordo Ratto, che era stato ad ascoltare in
silenzio fino a quel momento – “Loro sono importanti. Il giovane che fa magie ha
ragione”. Kael iniziò a tracciare dei segni sul terreno. “Dividiamoci in due gruppi” – poi
guardò Sulthgwandil e disse “Tu e io ci avvicineremo furtivi alla casa e ci
nasconderemo su questo lato” – e rivolto agli altri compagni – “Voi due andrete dritti
verso la porta principale. Tordo! Tu busserai, mentre il rosso si terrà fuori dalla visuale
di chi aprirà la porta”. “C’è della magia malvagia là” – annunciò l’elfo – “Lo avverto
chiaramente”. “Confermo” – disse Kael – “Ho controllato. Tutta la casa ne è avvolta. E
dentro è ancora più potente”. “Magia!” – disse il barbaro corrucciandosi – “Non mi
piace”. Gunnar si limitò a sputare a terra. Detestava la magia, ma ancor di più (e ormai
vi è chiaro amici miei) prendere ordini da chi non aveva mai impugnato un’ascia in vita
sua.
Giunti nei pressi della casa e posizionatisi come pianificato, i nostri avventurieri
udirono provenire dall’interno della costruzione degli strani suoni. Voci. Tante voci di
bambini. Alcuni ridevano, mentre altri cantavano una canzoncina infantile. Sarà stato il
lugubre bosco o l’aspetto inquietante della casa, ma quella filastrocca metteva i brividi.
Kael e Sulthgwandil riuscirono a sbirciare dalla finestra. Quello che videro fu ancora più
inquietante dei canti che stavano udendo.
Un nutrito gruppo di bambini attorno ad un tavolo. In stato apparentemente
catatonico, battevano le piccole mani, seguendo il ritmo di una canzoncina. Ma la cosa
più strana erano lo gnomo vestito da clown che saltellava sul tavolo e la vecchia seduta
a capotavola. Anche lei, guardando i bimbi con due piccoli occhi malvagi, cantava
quello strano motivetto. Probabilmente era questa litania a tenere i bimbi asserviti lì
dentro.
Attenendosi al piano, il barbaro bussò alla porta. L’uscio di legno si aprì e
comparve lo gnomo, che fissò Tordo Ratto con aria arcigna e sospettosa. “Vi prego
aiutatemi!” – esordì il barbaro – “Il mio amico sta male. Fateci entrare. Ha bisogno di
cure!”. Lo gnomo, se pur interdetto, venne preso alla sprovvista dall’insistenza di
Tordo Ratto. O forse fu più disorientato dalla pietosa messinscena del nostro Gunnar,

che provava a fingere di star male. Possiamo pensare che fu talmente penoso da
essere credibile. Alla fine, i due riuscirono ad entrare nella casetta.
Davanti a loro si palesò la stessa scena che i due compagni avevano sbirciato di
nascosto dalle finestre. Anche loro rabbrividirono. Poi gli occhi caddero sul grosso
calderone che stava sul fuoco del camino, situato vicino al tavolo. Con orrore videro al
suo interno piccoli resti umani, che galleggiavano in una macabra zuppa che bolliva. Gli
occhi del barbaro si accesero di rabbia. Tutta la sua enorme figura emanava una furia
incontrollabile. Scattò rapido. Afferrò lo gnomo e lo gettò nel calderone. Urla
disumane di dolore si levarono dal piccolo essere ustionato. Gunnar, contagiato
dall’eccitazione della battaglia, diede un calcio al tavolo, che colpì in pieno la vecchia.
Quest’ultima, a dispetto delle sue fattezze, incassò facilmente il colpo. Poi afferrò il
corpo dello gnomo ustionato e lo lanciò (che dire, ormai pare che fosse uno sport
diffuso il tiro dello gnomo) contro il barbaro, in modo da poter affrontare Gunnar.
Fissò il mercenario e dismise le forme di una semplice vecchia, rivelandosi un’orribile
strega cannibale.
Udite le urla e i rumori all’interno della casa, Kael e Sulthgwandil accorsero
dentro l’abitazione. Non appena videro l’orribile mostro che fronteggiava
minacciosamente i loro compagni, si unirono al combattimento. Colpirono la strega
con tutte le armi e gli incantesimi che avevano a disposizione. Il mostro si rivelò più
coriaceo del previsto, dando loro filo da torcere. I quattro avventurieri lottavano
all’unisono, come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo. Si coordinavano
negli attacchi e nelle difese, intendendosi con semplici sguardi. Tutti coordinati in una
danza mortale. Forse erano nati per incontrarsi e il destino li aveva messi l’uno sulla
strada dell’altro.
Ricevuto l’ultimo e fatale colpo, la strega infine morì. Il suo corpo scomparve in
un’esplosione di luce nera sotto gli occhi dei nostri esausti avventurieri. “Non finisce
qui!” – proruppe una voce profonda simile ad un tuono. I quattro, cercarono attorno
l’origine della voce, ma a parte loro non c’era nessuno. Ma c’erano anche i bambini,
direte voi. Certamente. Ora i bimbi erano liberi dall’incantesimo malvagio della strega
e si guardavano intorno spauriti. Finché non vennero subito calmati e rassicurati dai
nostri eroi.
Beh, non proprio da tutti. Dobbiamo ammettere che in questo Gunnar non era
portato e nemmeno interessato. Il nostro mercenario si era fiondato a frugare dentro
la casa, sperando di trovare qualcosa di prezioso. Anche gli altri, non appena i piccoli
furono calmi e ristorati, lo raggiunsero. Trovarono un grosso e pesante baule. “Ora si
che si ragiona!” – urlò di gioia il guerriero – “Non perdete tempo con i marmocchi e
aiutatemi ad aprire questo coso!”.
Ma per sapere cosa conteneva e come i nostri eroi riportarono i bambini in città,
dovete avere un po’ di pazienza. Questa è un’altra storia che, prima o poi, ascolterete.

CONTINUA…

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