Il pacco

Linda e Valeria sono impegnate in un sessantanove quando, improvviso come un tuono, suona il citofono.

Paralisi.

Silenzio.

Per un eterno istante le donne si scrutano reciprocamente l’intimità, poi Linda rompe il silenzio: “Ma…aspetti qualcuno?”

Valeria sbuffa sollevando gli occhi: ”ti risulta che dall’inizio della quarantena ci sia venuto a trovare qualcuno?”, smonta dalla fidanzata e si infila le pantofole ciabattando poi verso Il citofono: “Si, chi è? Si, metta pure in ascensore, grazie”.

Riattaccando cerca con lo sguardo la scatola dei guanti in lattice mentre urla “Bartoletti!” all’indirizzo della camera adiacente.

Tende l’orecchio all’ascensore, si infila la vestaglia e apre la porta.

La signora Nunzia, storica vicina di pianerottolo, la sta sicuramente osservando dallo spioncino ma Valeria sembra non avvedersene, il suo obiettivo primario infatti è quello di toccare cose il meno possibile e correre a lavarsi le mani insaponandole il tempo necessario per cantare mentalmente due volte “Tanti auguri a te”.

La luce rossa dell’ascensore si spegne e Valeria spinge il pulsante di chiamata temendo che qualcuno più svelto le possa sottrarre il pacco.

Linda nel frattempo è stravaccata tra le lenzuola a pallini gialli e blu.

Pallida, riccia, rossa e burrosa si è accesa una sigaretta sentendosi una vamp del burlesque ma inconscia di sembrare piuttosto un camionista con trucco eccessivo.

“Cosa potrebbe esserci nella scatola?” Mormora scorrendo l’elenco degli ordini su Amazon.

“Forse ho comprato i coltelli da cucina due volte? Mah…”

Valeria posa il pacchetto sul comò di fronte al letto e va a lavarsi le mani.

“Era per te?” Chiede Linda.

“Si. È il prodotto per le piante”, mente Valeria.

Il pacco giace su un lato come un gatto morto.

“Com’era il fattorino?” chiede Linda, maliziosa.

“Boh, ha mollato il pacco in ascensore…” risponde Valeria.

Apre l’acqua della doccia.

Linda scatta in piedi, “vengo a insaponarti…bitch…”

“Lascia perdere.”

Linda torna sul letto col broncio e torna a giocare col telefono.

Valeria si asciuga e va in cucina per un caffè completamente nuda a parte l’asciugamano in testa.

Ormai ha quaranta anni, minuta, nervosa, ginocchia grandi, troppo grandi.

Si infila rapida la vestaglia lasciata sull’appendiabiti e abbassando la testa perde l’equilibrio dando un calcio al mobile dell’ingresso.

Il suono prodotto dall’evento è un sonoro “Tick”.

Uno tsunami di dolore la investe dal mignolo destro, al ginocchio, al cervello. Valeria Si piega in due e rimane accucciata dondolando la testa per cinque minuti, dopo parecchio Linda urla: “Tutto bene?”senza alzarsi.

Silenzio.

Dopo altri due minuti Linda posa con cura estrema la sigaretta accesa sul davanzale della finestra e si affaccia: “Ma che è successo? Ti sei fatta male?”

Valeria la ignora, è sdraiata a terra con gli occhi chiusi, grata per la tregua giunta dal picco di dolore. La sua vestaglia è aperta sotto il nodo della cintura e Linda le fissa ogni centimetro come se fosse acqua nel deserto.

Vale cautamente raccoglie la gamba e Linda capisce finalmente che le sue aspettative per la serata sono andate in frantumi.

L’unghia del mignolo è tagliata a metà e la parte destra è sollevata, il sangue brilla viscido tra il mobile e Valeria, come una pennellata.

Linda corre in bagno ed inizia istericamente ad aprire cassetti in modo casuale.

Valeria si alza piano e, camminando sul tallone, la raggiunge, apre il cassetto giusto e ne estrae acqua ossigenata cotone idrofilo e cerotti.

“Scusa tesoro, ma lo sai che non vedo niente senza occhiali”.

Valeria in silenzio si accomoda sul pavimento e piano, senza dir nulla, si mette in sicurezza il dito.

La compagna vedendo bene l’unghia emette un sibilo e fa un passo indietro.

“Esci.” mormora Valeria moroando a testa china.

Linda esegue.

Qualche ora dopo Linda spegne il televisore e si alza dal letto, Vale rimane sdraiata e sta leggendo una vecchissima edizione di Tokyo Blues.

“Lo vuoi un infuso?” chiede la Rossa.

Vale senza alzare lo sguardo risponde: “Un finocchio grazie.” Tiene la gamba del dito ferito sopra le lenzuola, rigida, come se volesse farla raffreddare.

Linda bolle l’acqua infilando le tazze nel microonde, butta in ammollo i filtri e si reca dalla compagna.

“Hai visto che servizio?”, annuncia, comparendo sullo stipite della camera da letto.

”Mi pare il minimo…”risponde Valeria, monotona.

“Mamma mia, mi avessi mai portato il caffè a letto, mi hai sempre costretto a venire in cucina…” lamenta Linda mentre posa le tazze, senza piattino, senza zucchero, senza cucchiaino, col filtro ancora dentro.

Valeria chiude il libro e la guarda con aria feroce.

Linda se ne accorge e si morde il labbro socchiudendo gli occhi, si prepara come un fante all’impatto con la cavalleria.

“Linda…fammi capire, io mi rompo un dito, tu ti alzi dopo due ore e poi sono io la stronza perché non ti porto mai il caffè a letto?”

Linda si schermisce: “va bene, però…”

La voce di Valeria è bassa, roca:

“Comincia a fare qualcosa di buono: passi tutto il giorno a fumare a letto, non lavi un piatto neanche se ti assale ma soprattutto non mi hai mai, e sottolineo: MAI, neanche una volta chiesto come IO abbia dormito, da quando siamo in quarantena.

Lo sai che rischio il lavoro? Lo sai che ho il mutuo da pagare? Non ti faccio pesare la disoccupazione e mi perseguiti pure per fare sesso ignorando crassamente la mia depressione.

Anzi mi rinfacci pure che sono troppo passiva!“

“Valeria, stai mischiando…”

“E lasciami parlare!!” l’ultima sillaba colpisce i timpani di Linda come una frusta.

Vale ha gli occhi bagnati.

Linda rimane immobile come un coniglio, spalle basse, ferma, col piede destro rivolto verso il bagno.

“Mi hai stancata. Stasera dormi sul divano”. Decreta Valeria.

Linda abbassa la testa, gira le spalle e si chiude in toilette.

“Non hai niente da dirmi? Brava, scappa, chiuditi al cesso!! ” le urla dietro la fidanzata.

“Come vuoi tu.” Arriva attutito da dietro la porta.

Valeria furente fissa con odio davanti a sé.

Si asciuga le lacrime e realizza che la scatola consegnata poco prima è ancora lì sul comò, posata sul fianco.

Lì dentro c’è un costoso profumo che ha comprato alla sua donna per farle una sorpresa.

Con uno scatto d’ira la afferra e la lancia contro la porta del bagno.

La forza dell’impatto lascia un segno sul legno.

Silenzio.

Dopo alcuni minuti un profumo buono al sandalo e cedro inizialmente gradevole piano piano prende corpo, diventando invasivo e stucchevole.

Linda, finalmente, esce dal bagno, si accorge della scatola e la raccoglie mentre Valeria guarda dall’altra parte.

Il cartone è zuppo di profumo.

“Ma questo è Verde di sale, per me! Non dovevi!”.

Rigira tra le mani la scatola un paio di volte, riflettendo.

Poi va in cucina, si sente il rumore del coperchio della pattumiera che viene aperto, un tonfo, ed infine uno sbuffo, quello del cestino che si richiude sulla plastica del sacco nero, condominiale, rinforzato, doppio strato, da dieci litri.

Fine

pacosidney.silvestri@hotmail.it

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