Il dio gigante

Me l’ha chiesto via watsapp: “Mio fratello ha casa in montagna, vieni?”. Ricordo come lo sono immaginato tutto contento mentre sorrideva come un bimbo a Natale digitando sullo smartphone. “Questo week end come sai
ero impegnato, dovevo andare con lui, ma la bambina si è ammalata e non se la sente più. A me sono rimaste le chiavi ed ho fatto la spesa. So che forse è prematuro ma ti andrebbe di accompagnarmi? Luogo favoloso, da sogno, lontano da tutto”.
Luca è così, schietto, diretto.
Questo è ciò che mi ha fatto innamorare di lui.
Ci siamo conosciuti martedì scorso al compleanno di Martina e abbiamo passato tutta la
serata a chiacchierare, come se ci fossimo conosciuti una vita fa.
Non è un Adone, ma legge Stephen King e guarda il calcio alla televisione esattamente come me.
Inoltre è muscolosissimo.
La serata si era conclusa con una pomiciata in macchina sotto casa mia, neanche al liceo.
Gli avevo chiesto cosa avrebbe fatto questo sabato: ”Sabato ho il weekend impegnato con la famiglia, una cosa programmata da due mesi. Se ti va recuperiamo lunedì sera, appena torno”.
È inutile dire che mi dispiaceva per la mia possibile futura nipote, ma ero decisamente
felice per me: non mi facevo una vacanza da anni, romantica poi, ancora peggio.
Peccato che la valanga abbia rovinato tutto.

Grande montagna.
Tu esigi rispetto
Dio Gigante

“Ti piace? Mio nonno ha composto questo Haiku dopo che io e mio fratello ci siamo persi
tra i boschi, da ragazzi. Prima ce ne diede di santa ragione e poi ci coccolò per ore. Lo compose e lo incise sul lato interno della porta di casa. Un avvertimento che dovevamo vedere per forza quando uscivamo a giocare. Voleva educarci al rispetto della natura, ad
amarla e ad avere la giusta consapevolezza dei pericoli che riserva”.
“Mi sa che tu e tuo fratello eravate due bei monelli!” Risposi a Luca masticando un pezzo di panino Capri. Non smetteva mai di parlare e quando citò il nonno si asciugò una lacrima. Non avevo mai visto nessuno commuoversi in Autogrill.
Non facevo sesso da tempo. Quattro anni per la precisione. Dopo che il mio ex mi ha lasciata è passata così tanta acqua sotto i ponti che temevo di aver dimenticato i fondamentali. Ho preso il mio tempo. Ho contemplato e accarezzato il vigore esplosivo dei suoi muscoli baciandoli e indugiandoci sopra con la lingua.
Ho venerato quel corpo perfetto in maniera squisitamente biologica.
L’ho cavalcato ancora e ancora assaporando con la vagina il giusto tributo alla mia solitudine femminile crudele ed innaturale, durata troppo, troppo tempo.
Durante il tragitto Luca spesso ha ripetuto: “Sei incredibile, mi pare di conoscerti da una vita. Non sarò mai abbastanza grato a Martina per averci messo in contatto”.
Accostò un momento in mezzo al bosco, quando stavamo per prendere la vecchia strada sterrata: ”Il posto dove ti sto portando è molto isolato. Se mai ti dovessi sentire a disagio,
per qualsiasi motivo, dimmelo e ti riporto subito a casa.
Se dico o faccio qualcosa che ti disturba fammelo notare immediatamente. Te lo chiedo per
favore. Ho bisogno di gioia. Con te sono felice come non mi capita da tanto tempo e non voglio perdere questa cosa che sta succedendo tra noi”.
“Ehi, tranquillo. Abbiamo quaranta anni tesoro. A meno che tu non sia un maniaco drogato psicopatico, staremo benissimo. Comunque grazie, sei dolcissimo”.
Data la mia astinenza, effettivamente quello che si è poi dimostrato essere vittima della
situazione è stato proprio lui, poverino.
Quando siamo arrivati sembrava di essere in paradiso.

La mulattiera ha messo a dura prova le sospensioni della sua vecchissima
Panda 4 x 4 per diverse ore e lo ha costretto più volte a effettuare manovre a passo
d’uomo. Poi, il miracolo. Il sentiero sboccava su questa radura fiorita illuminata dal sole di
maggio, ai piedi di una cima innevata enorme, immensa, maestosa.
Al centro la casetta, proprio come quella di Hansel e Gretel.
A trenta metri un fiumiciattolo si perdeva nel bosco.
“Ti piace? Guardalo bene, l’acqua è freschissima”, ha commentato Luca in risposta alla mia
espressione evidentemente estasiata, poi il tuono.
Un terremoto violento, improvviso, devastante.
Gli alberi sembravano ballare. Ho fatto appena in tempo a guardare su, in alto, verso la cima della montagna.
Un’onda di neve e pietre e polvere ha coperto il cielo. Poi, dopo essere salita, si è abbattuta come l’Apocalisse su di noi che eravamo fermi, immobili come pali ai lati della macchina.
Buio.
Gelo sul viso. Il gelo mi ha svegliata, ero caduta di fianco all’auto che mi ha protetta da
neve e detriti. Ho scavato e sono saltata fuori immediatamente. Il ghiaccio e la roccia
avevano coperto l’auto quasi fino al tetto.
Luca era là sotto.
Creato un passaggio eravamo finalmente in casa e l’ho abbracciato sul divano, per ore,
facendomi coraggio, poi nel silenzio, è successo.
Soli al mondo, coi telefoni fuori uso e senza riscaldamento.
Rischiando di veder finire la nostra storia alla sua vigilia, abbandonati al nostro destino, mi
sono spogliata, l’ho denudato ed ho scoperto la sua erezione.
Ne ho fatto tutti gli usi che Dio mi ha permesso di immaginare e ne ho tratto piacere a sazietà, più volte.

Ho pianto di estasi.

Tra le lacrime mi apparivano immagini rimosse da
tempo, momenti felici di quando bimba giocavo con le bambole a casa dei miei.
Sono passati quattro giorni esaltanti ma come sempre, è tutto finito.

Sento in lontananza il rumore di elicotteri.
Accarezzo la scritta sulla porta.
Quanto amore ha lasciato il segno in quel legno, chissà se qualcuno potrà mai amarmi in
quel modo.

Speriamo che ci trovino presto, povero Luca, questa mattina ha iniziato a puzzare: speriamo davvero che si sbrighino a trovarci, una volta finite le provviste dovrò arrangiarmi.

Fine

pacosidney.silvestri@hotmail.it

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