Bussano alla porta

1.

Bussano alla porta.

Due colpi decisi.

Poi una pausa.

Non troppo lunga ma nemmeno troppo breve. Il giusto lasso di tempo per evitare di non apparire maleducati bussando nuovamente, ma al tempo stesso consentire a chi è in casa di accorgersi che qualcuno è là fuori.

E altri due colpi, decisi ma non sfrontati.

Un’altra pausa, come a sottolineare che chi sta bussando è persona ben educata, conosce le buone maniere. Una persona che sa che, dopo una seconda bussata, chi è in casa sicuramente ha sentito e si sta dirigendo alla porta. Ma allo stesso tempo, questo intermezzo è più lungo del precedente (in genere proporzionale al livello di buona creanza di chi si trova a bussare) come per concedere il giusto intervallo di tempo per dare la possibilità a chi è in casa di arrivare e, al tempo stesso, a chi sta bussando di soppesare l’eventualità che in casa non vi sia nessuno.

Una terza bussata. Altri due colpi, non decisi ma … “convinti”. Perché la terza bussata è un messaggio chiaro per chi è in casa. Significa “So che ci sei”.

Colpi “convinti” ma non irruenti, come a segnalare fretta di entrare. Colpi portati da una mano che, in modo ineluttabile, impatta sul legno della porta sapendo che ha tutto il tempo di aspettare là fuori che dall’interno venga aperto.

Fin qui tutto normale, se non fosse il fatto che là fuori non potesse esserci alcuna persona educata, decisa e paziente. Non che a colpire la porta vi fosse qualcuno che simulasse queste qualità, nascondendo chissà quale cattiva intenzione o maleducazione.

No. Il problema del signor F. è che a bussare in quel modo alla porta non poteva e non doveva esserci nessuno. E il fatto che qualcuno bussasse alla porta, era per il signor F. cosa irragionevole e spaventosa. Anzi, ciò che lo stava letteralmente terrorizzando era non chi potesse essere a bussare, bensì l’evento: il bussare in sé. Si badi, il problema non era che fosse inaspettata la presenza di qualcuno fuori dalla porta. Si tratta di un’eventualità che prima o poi capita a tutti, e di certo non suscita la reazione che aveva in quel momento il signor F. Ciò che terrorizzava il nostro protagonista era il fatto stesso che ci fosse qualcuno fuori a bussare.

Ma andiamo con ordine. Il sig. F. era solo. Ma non solo in casa. Era proprio solo. Il solo abitante dell’isolato. L’unico a vivere nel quartiere (un bel quartiere dobbiamo dire). La sola persona vivente in quella città, stato, continente… Ad esser più precisi, il solo e ultimo essere umano sul pianeta.

2.

Tutto era cominciato, presumibilmente, con un banale colpo di tosse. Anche se, a rifletterci meglio, nessuno definirebbe banale qualcosa capace di sterminare l’umanità nel giro di un anno.

Un colpo di tosse, si diceva, portato e al tempo stesso portatore di un virus. I paradossi della natura. Un nastro di Möbius biologico, su cui ora nessuno avrebbe avuto il tempo, le competenze e la voglia di interrogarsi. Figuriamoci il Signor F. che, nonostante i suoi studi classici … e l’abbondante tempo libero che ora aveva a disposizione, aveva – come detto – ben altre preoccupazioni a popolare i suoi pensieri.

Sta di fatto che questo virus, come molti altri suoi predecessori, si era diffuso. Aveva proliferato in modo esponenziale. Saltando da uomo a uomo. Un portatore di morte dotato di un irrefrenabile spinta vitale! Anche questa ironia oramai non sarebbe stata colta da nessuno.

Il virus, si diceva, si era diffuso da un piccolo e, fino ad allora, sconosciuto centro abitato, viaggiando per l’intero globo terrestre. Fin qui nulla di straordinario. Il problema fu che questo virus resisteva a qualunque trattamento medico. I più grandi medici e scienziati provarono di tutto. Vaccini, antivirali, omeopatia, preghiere, riti sciamanici. Niente. L’uomo si trovò di fronte a qualcosa di molto piccolo (infinitamente piccolo), ma al tempo stesso più grande di lui. Come un venefico promemoria inviato “da lassù” a ricordare all’umanità quale fosse il suo posto.

All’inizio fu sottovalutato. Un trafiletto su un giornale locale. Poi i contagi aumentarono e la notizia si diffuse al pari del virus. Ad un certo punto divenne l’unico argomento, l’unica notizia ad esser trattati. Ma non solo dalla stampa e dalle riviste specializzate. Da chiunque. Iniziò come una notizia curiosa e gradualmente divenne una terribile ossessione. L’oggettivizzazione delle paure. Anzi, della paura prima. Quella di morire.

Le autorità dapprima rassicuravano che tutto era sotto controllo e che con le ordinarie precauzioni anche questo virus sarebbe stato contrastato e poi debellato. Qualcuno sbandierava l’assenza di contagi come propaganda dell’efficienza del paese del proprio sistema sanitario. Come quel ciarlatano, che spaccia un sasso come un dispositivo per tenere lontane le tigri, mostrando con orgoglio che intorno tigri non ce ne sono. Ebbene non sappiamo se prima o poi le tigri hanno sbranato il ciarlatano, ma sicuramente il virus arrivò.

Le autorità dapprima invitarono a stare in casa, suggerirono di tenere alcune precauzioni. Mascherine chirurgiche, guanti, disinfettanti, distanze di sicurezza interpersonali … Ma un’autorità che invita e suggerisce spesso è come il genitore che dice “fai il bravo” senza far trasparire alcunché di obbligatorio o necessario per il bene del proprio figlio. E’ un genitore che si fida e si affida al buon senso della prole e alla sua capacità di discernere ciò che è giusto e ciò che e sbagliato. Un genitore che crede nel proprio figlio o comunque che punta sulla sua crescita e maturità. Un genitore illuminato. Le autorità, si diceva, iniziarono così.

Ma la gente non ascoltò. La gente – si badi – non i soggetti che – se presi individualmente – chi più chi meno potevano essere considerati un “figlio maturo”, bensì la gente come essere collettivo. Un essere la cui capacità di discernere il bene dal male è inversamente proporzionale al numero di individui che ingloba e, ahimè, alla gravità del problema da affrontare. Flash mob, feste di compleanno, attività ginnica al parco, fughe clandestine per raggiungere i parenti …

Sta di fatto che, ad un certo punto, l’autorità smise di fare il genitore illuminato e si fece “padre padrone”. Divieti di circolazione; chiusure forzate di locali e uffici; controlli di polizia nelle strade; sanzioni; prigione. La scarsa avvedutezza della gente aveva fatto sì che il virus non stesse uccidendo solamente le persone, ma anche le loro libertà.

3.

Ma torniamo al nostro signor F. All’inizio aveva seguito le prime notizie sul virus con curiosità. Una piccola novità. Una rapida lettura sul proprio smartphone. Un flash su cosa stava accadendo dall’altra parte del mondo. Una piccola interruzione per poi ritornare alla sua rassicurante quotidianità. Un’ordinaria routine di un uomo ordinario.

Accolse con serenità (quasi distacco) le informative e disposizioni governative. Uscire usciva poco. Non aveva necessità di lasciare casa per andare al lavoro. Recensiva romanzi per una rivista specializzata. Oramai acquistava tutto tramite e-commerce e quello che non trovava lì, lo ordinava al telefono e se lo faceva portare a casa. Non lo preoccupava limitare le interazioni sociali. Di parenti e familiari ne aveva pochi e lontani; non solo fisicamente, ma anche a livello affettivo. Le altre relazioni umane, se umane possiamo chiamarle, le intratteneva in modo digitale. Social, e-mail, chat, videochiamate. Anche se queste ultime non le gradiva molto. Preferiva di gran lunga scrivere. Scrivere in chat, scrivere sui post, scrivere sms (forse era rimasto l’ultimo ad usarli…). Ormai si era disabituato a parlare, guardando negli occhi l’interlocutore, anche in video. Preferiva interagire scrivendo. Non solo perché non era costretto a guardare e a farsi guardare mentre parlava; ma i tempi “ritardati” dovuti alla conversazione scritta lo rassicuravano. Nel “vuoto” tra la ricezione del messaggio e l’invio della risposta, aveva tutto il tempo di riflettere sulla risposta stessa. Non che ne avesse bisogno. Ma il fatto stesso che ci fosse, lo rassicurava e lo rendeva sereno nel condurre una conversazione.

Ebbene, a doverla dire tutta, quando l’autorità obbligò tutti a stare chiusi in casa, il signor F. non solo rimase indifferente, ma ne fu quasi contento. Era come se fosse stato ufficialmente stabilito che il suo stile di vita fosse quello giusto. Ora che tutti erano – loro malgrado – costretti a stare in casa e a interagire a distanza gli uni con gli altri, avrebbero smesso di considerarlo un tipo strano, che era impossibile incontrare di persona. Ora tutti avrebbero capito quanto fosse meglio vivere in quel modo e il signor F. non avrebbe più dovuto temere di essere importunato da gente che ogni tanto cercava di andarlo a trovare o che senza preavviso (che diamine!) bussava alla sua porta per controllare i consumi della luce, per fare un sondaggio o addirittura per parlare di Dio! “Dio ha parlato ai profeti e santi” – sbraitava da dietro la porta il nostro signor F. – “e quello che doveva dire lo hanno messo per iscritto. Non vedo perché non possiate scrivere anche voi, invece di importunarmi!”.

L’atteggiamento del nostro F. non cambiò neppure quando, peggiorata in modo drammatico la situazione, tutto si fermò. La televisione smise di trasmettere e così radio e piattaforme social. Per un po’ di tempo vide dalla finestra un via vai di ambulanze e sirene. Poi anche quello si arrestò. Niente. Solo il silenzio. Non vide più nemmeno le pattuglie che di solito circolavano in strada per garantire l’ordine.

Certo, all’inizio fu preso alla sprovvista: nessun romanzo da recensire; nessun aggiornamento sul virus; nessun sito e-commerce da cui ordinare. Poi si fece coraggio. Intanto, grazie ai suoi acquisti “previdenti” (che i maligni ignoranti avevano definito “compulsivi”; maligni che ora – ah! -sicuramente si erano ricreduti) aveva scorte per molto tempo. Poi si sarebbe organizzato in qualche modo. Quanto al lavoro, adesso – si autoconvinceva – avrebbe avuto finalmente tempo per scrivere lui un romanzo. Dopo tutto il tempo passato a leggere i lavori altrui, poteva dedicarsi a qualcosa di suo. Passato il primo smarrimento, il nostro signor F. si ricostruì una nuova rassicurante routine, che lo accompagnava giorno dopo giorno.

Ad un certo punto, però, raggiunse la consapevolezza di essere solo. Ma non solo come lo era stato fino ad ora. Solo, nel senso più radicale e letterale del termine. Non c’era nessuno fuori. Non ne aveva le prove, ma lo avvertiva. Non era in grado di spiegarsi come, né da quando fosse giunto a tale conclusione, tuttavia lo avvertiva. Il palazzo dove viveva era immobile. Non sentiva più i passi degli inquilini al piano di sopra, né intravedeva nei palazzi difronte alcun movimento dietro le finestre. Finestre che da tempo non venivano più aperte. Erano giorni che sentiva solo il silenzio.

Questa nuova consapevolezza non fu affatto accompagnata da sentimenti di paura o sconforto, bensì da una sensazione strisciante di soddisfazione. All’inizio tale sentimento convisse con il dispiacere per aver perso le persone che conosceva. Ma la convivenza fu molto breve. Non c’era più nessuno. Ciò significava che controllori, predicatori, ambulanti, scocciatori curiosi, conoscenti erano tutti spariti. Nessuno lo avrebbe più disturbato. Finalmente sarebbe stato in pace. Addirittura sarebbe potuto uscire fuori, senza temere di incontrare qualcuno che lo costringesse a sostenere una conversazione. Aveva tutto l’isolato per sé. Ma quale isolato! Aveva la città .. il momdo a disposizione! Sarebbe uscito di buon’ora, per sfruttare appieno la luce solare. Sì, forse si sarebbe imbattuto in qualche cane randagio o altro animale… Ma non aveva paura. Gli animali non erano mai stati un problema. Semmai erano i padroni a infastidirlo.

Insomma, il signor F. – ultimo essere umano sulla terra – era eccitato all’idea di iniziare una nuova vita, felice di godersi quella solitudine che aveva tanto agognato in passato. Aveva trascorso la propria vita ritagliandosi uno spazio di rassicurante isolamento, che aveva difeso con fatica, limitando al minino le interazioni con i propri simili e finalmente non doveva più preoccuparsi. Sorrise pensando ai protagonisti di alcuni degli assurdi romanzi che era stato costretto a leggere e recensire (fantascienza… bah!) che trascorrevano metà libro a piangersi addosso e l’altra metà a cercare in giro altri esseri umani. Ma che assurdità. Chi non avrebbe esultato di gioia una volta resosi conto di essere finalmente l’unico essere umano sul pianeta!

Non stava più nella pelle. Era sul punto di piangere, ma di gioia ovviamente. Il cuore gli batteva all’impazzata. Doveva subito prepararsi. Trovare un abbigliamento adatto, uno zaino (o forse due) per raccogliere quanto avrebbe trovato durante le sue esplorazioni …. Sì! Esplorazioni! Avrebbe girato finalmente in lungo e in largo, godendosi il mondo; il mondo che era suo e solo suo!

Ebbene, il cuore emozionato e galoppante del signor F. sussultò di colpo, non appena udì bussare alla porta.

Due colpi decisi… Poi una pausa… E altri due colpi, decisi ma educati… Un’altra pausa… Una terza bussata. Altri due colpi, non decisi ma … “convinti”.

Il signor F. sbiancò e iniziò a tremare. “Bussano? Com’è possibile!” – diceva fra sé – “Ma come è possibile?”. Non era solo terrore, ma un misto di paura e sconforto. Quel bussare stava frantumando tutti i sogni e aspirazioni che per anni erano rimasti sopiti, sacrificati e che ora stava iniziando ad assaporare. L’emozione fu troppo forte e il cuore del povero signor F. sussultò una volta… poi una seconda volta … e infine una terza. Poi si fermò.

Fine

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