Braccio Possente e Passo Silenzioso

1. Islanda, XXII secolo

Il fascio di luce serpeggiava frenetico sulla nuda roccia, violando secoli di oscurità. L’antro era freddo, umido e l’aria aveva quell’aroma che ormai lo speleologo Jhon Foster aveva imparato ad assaporare. Un odore stantio misto a muffa e terra marcia, di qualcosa chiuso e rimasto intatto, mai respirato per secoli. Ma per lo speleologo era più fragrante che potesse esistere. Il profumo per cui aveva sacrificato anni in studi e viaggi nei posti più remoti del globo, alla ricerca di luoghi ancora inesplorati. In un mondo dominato dalle comunicazioni, dai satelliti e dalla tecnologia, era sempre più raro imbattersi in posti del genere. Ormai l’informatica consentiva a chiunque di viaggiare su quasi tutta la superfice terrestre, stando comodamente sul proprio divano di casa con in mano uno smartphone. A sfidare la sete di conoscenza dell’uomo era rimasto ciò che albergava all’interno del pianeta.

E questa sete di scoperte, che da sempre aveva tenuto Jhon lontano da casa, ora lo aveva portato in Islanda, isola magica, fiera e inquieta. Una terra che ribolle letteralmente con i suoi oltre 30 sistemi vulcanici attivi sotto la sua superficie. Per non parlare, poi, della continua e inesorabile azione erosiva del ghiaccio. Un vero paradiso di grotte laviche e glaciali. Ed era proprio in una di queste meravigliose e profonde cavità che ora era entrato. Il primo essere umano a calpestare quel terreno glaciale, nel cuore profondo dell’isola. O forse no!

La torcia elettrica di Jhon, mentre vagava all’interno della grotta, illuminò distrattamente qualcosa sulla parete orientale. Ad un primo sguardo, complice anche la totale assenza di luce naturale, gli erano sembrate mere imperfezioni della superficie di pietra. Ma qualcosa lo spinse a tornare sui suoi passi e ad osservare con maggiore attenzione. Quei segni erano distribuiti in modo troppo regolare per essere frutto dell’erosione o di altri fenomeni naturali. Jhon si avvicinò ulteriormente e puntò con precisione il fascio di luce. No. Non erano imperfezioni della pietra e nemmeno segni opera del ghiaccio. Erano incisioni! Segni di una mano esperta e precisa. Fin troppo precisa! Non sembravano affatto opera di rudimentali strumenti a punta, ma nemmeno di più evoluti scalpelli. No. Erano come stampate sulla roccia da un moderno laser. Lo stupore dello speleologo aumentò quando si rese conto di trovarsi di fronte ad un elaborato disegno, che sicuramente richiamava la simbologia vichinga. La permanenza sull’isola gli aveva consentito di approfondire la storia e la cultura dei popoli che l’avevano abitata. Non gli fu pertanto difficile riconoscere la figura. Quello che stava osservando era Yggdrasil, “il Grande Albero” che – secondo la mitologia vichinga – collega i nove regni dell’universo. Albero simbolo della vita ma anche dell’interconnessione della realtà. Ma c’era qualcosa di “sbagliato”, di anacronistico o comunque “fuori posto”. Sovrapposto esattamente al disegno dell’albero, c’era un ideogramma giapponese. Impossibile. Questo era fuori da ogni logica. Un’eresia storica e geografica! Ma i pensieri, già disorientati, di Jhon si arrestarono non appena vide che sotto lo strano e paradossale simbolo c’erano due gruppi ordinati di incisioni. E questa volta, nonostante i suoi studi scientifici, non aveva alcun dubbio: rune vichinghe affiancate ad altri ideogrammi!

2. Mare di Norvegia X secolo

La tempesta infuriava in mare. I fulmini frustavano il cielo senza sosta e le onde si abbattevano sul drakkar come magli. “Thor sta di nuovo litigando con qualcuno!” – pensava Gunnar – “Njörðr aiutaci tu! Sembra che la cosa sia dannatamente seria”. Era partito con cinque navi per quella che doveva essere una normale spedizione. Avrebbe trovato nuove terre da esplorare e razziare, per poi rientrare carico di gloria e di tesori. Ma gli dei stavolta non erano con lui! Onde gigantesche come le braccia di Ymir avevano affondato le altre navi e ora restava solo la sua, sballottata dalla furia del mare. I suoi uomini, induriti dalle numerose incursioni e battaglie, stavano muti ai loro posti stingendo i denti. Si udivano solo gli ordini di Gunnar, che urlava per sovrastare il boato che li circondava. Poi il silenzio fu rotto. “Thor!” – gridò un vecchio guerriero dal volto segnato da cicatrici – “Lassù! Viene a prenderci!”. Gunnar e tutto l’equipaggio alzarono gli occhi arrossati dal sale marino e dalla fatica. “Eccolo sul suo carro!” – urlò quasi in coro il manipolo di guerrieri – “Banchetteremo con la carne delle magiche capre Tanngnjóstr e Tanngrisnir e annegheremo nella birra!”. Sussurrando un’invocazione ad Heimdallr perché gli prestasse per un poco la sua vista acuta, Gunnar scrutò con attenzione il cielo alla ricerca della presenza del dio del tuono, annunciata dai suoi uomini.

E vide il carro. Illuminato dagli squarci di luce prodotti dai fulmini, si stagliava in cielo. Enorme, scuro, immobile. Fluttuava come privo di peso sopra le teste dell’equipaggio. Ma la cosa che lasciò tutti a bocca aperta era che non vi era traccia delle due mitiche capre che lo avrebbero dovuto trainare. Più che un carro, sembrava un drakkar di nero metallo. Poi dal veicolo si aprì una porta e, contornata da una luce abbagliante, comparve la sagoma di quello che certamente doveva essere il dio delle tempeste. Durò un attimo. Per qualche secondo parve a Gunnar che il tempo si fosse fermato. Thor, o almeno l’essere che i guerrieri avevano identificato con il loro dio, parve osservare dall’alto la nave, l’equipaggio e Gunnar. Poi un raggio di luce bluastro, proveniente dalla prua del drakkar volante, avvolse il legno e i suoi occupanti. E fu solo calma e silenzio. Di colpo cessarono il boato del cielo e il ruggire del mare. La nave vichinga aveva smesso di oscillare freneticamente, preda delle onde. Gunnar fu abbagliato da un lampo di luce ancora più intensa e poi tutto si fece buio.

Ronzio e ombre. Queste furono le prime cose che percepì Gunnar riaprendo gli occhi. Immobilizzato. Qualcosa gli impediva ogni movimento. Poi piccole luci che si accendevano e spegnevano. “Per la barba di Odino!” – pensò, appena gli fu possibile mettere insieme i suoi pensieri – “Sono morto? È forse questo il regno di Hel?”. Provò a muoversi, ma ebbe solo conferma della sensazione iniziale. Era bloccato, disteso su piano di freddo metallo e delle strane fasce (anch’esse metalliche) lo avvolgevano stretto per tutto il corpo. Urlò e la sua voce riecheggiò all’interno di quell’oscuro luogo dove si era risvegliato. Vide, sebbene ancora in modo offuscato, le sue armi appese (quasi esposte) alla parete di fronte a lui. Ed ebbe come un senso di rassicurazione misto a frustrazione. Erano con lui, ma non poteva raggiungerle.

Poi si accorse che non era solo. Ruotando la testa, con non poca difficoltà, vide che alla sua destra vi era un altro uomo nelle sue medesime condizioni. Pareva dormisse profondamente. La vista iniziava a schiarirsi e cominciò ad osservare meglio il suo compagno di prigionia. Era piccolo di statura. Forse era un ragazzo. Portava abiti e calzari di una foggia che Gunnar non aveva mai visto. Ma cosa ancor più strana erano i tratti del volto, con il taglio degli occhi sottile, schiacciato e allungato. Come i popoli del lontano oriente di cui aveva udito narrare da alcuni mercanti che aveva fatto prigionieri durante una delle tante scorrerie. Ma fu quel che vide alla sua sinistra che gli fece gelare il sangue. Gunnar era un capo, un uomo valoroso, temprato in numerose imprese. Non si era mai sottratto ad un combattimento e mai aveva mostrato paura difronte ai temibili nemici che aveva incontrato nella sua vita. Ma la vista dell’essere in piedi alla sua sinistra gli mozzò il respiro. Una figura esile, dalla corporatura allungata e la cui pelle… era blu. “Un demone!” – urlò il guerriero vichingo – “Allora sono davvero nel regno di Hel!”.

Un boato improvviso. Più forte di qualunque tuono Gunnar avesse mai udito. E tutto iniziò a tremare. Il demone blu cadde a terra battendo rovinosamente la testa. Le narici si riempirono dell’odore di bruciato e l’ambiente si saturò di fumo. Il buio fu squarciato da luci rosse intermittenti accompagnate da un suono assordante. “Il Ragnarok!” – urlò il vichingo, con la voce strozzata dai colpi di tosse causati dal fumo – “La spada di fiamma di Surtr ha iniziato il suo empio lavoro!”. Poi l’impatto. Un suono assordante di metallo che si piega, si deforma e si spezza. Fiamme e fumo ovunque. Dopo lo smarrimento iniziale, Gunnar si accorse che era libero. La prigione di metallo si era infranta. Raccolse le proprie forze, prese le proprie armi e iniziò a cercare una via di fuga in mezzo al muro di fiamme e fumo che lo circondava. “Lo straniero!” – si ricordò – “E il demone…”. L’uomo dai tratti orientali ora era in piedi e pareva. Muto e calmo. In contrasto con il caos che regnava intorno. I due si compresero senza necessità di parlare. Dovevano trovare subito il modo di uscire da quell’inferno. Si guardarono l’un l’altro e, dopo un reciproco cenno di intesa, saltarono oltre le fiamme e iniziarono a correre a perdifiato nella struttura che li teneva prigionieri. Dopo alcuni frenetici e interminabili minuti di corsa, bruciature e colpi di tosse, passarono attraverso un enorme squarcio creatosi su una parete. Si trovarono all’esterno, ad assaporare nuovamente aria pulita.

Scampato l’immediato pericolo, i due iniziarono a studiarsi a vicenda. Gunnar vide che di fronte a lui non vi era un ragazzo. L’oscurità prima lo aveva ingannato. L’orientale, che doveva aver recuperato anche lui le armi e gli oggetti personali, ora si mostrava alla luce delle fiamme per quello che realmente era. Un uomo fatto, dal fisico temprato dalla lotta. Un guerriero. Ma i pensieri e il respiro di Gunnar furono spezzati da un’orribile visione. Dallo squarcio da cui erano fuggiti apparve l’essere blu, avvolto dalle fiamme. Li aveva seguiti! Avanzava verso di loro dimenandosi e urlando in modo disumano. Poi cadde a terra tremante, raggomitolato su se stesso. A quel punto, agli occhi di Gunnar quell’essere non sembrò più così demoniaco. Soffriva e provava dolore come lo avrebbe provato lui. L’orientale si mosse fulmineo. Con il proprio mantello coprì l’essere, spegnendo le fiamme. Senza nemmeno riflettere, il vichingo se lo caricò sulle possenti spalle e si allontanò dalle fiamme insieme all’altro fuggitivo.

Giunti ai margini di una foresta, si voltarono per osservare la scena di distruzione da cui erano appena scampati. Fu allora che non lontano dal relitto in fiamme apparve una sagoma. L’essere indossava un’armatura di una foggia che per Gunnar era del tutto sconosciuta. Avvolgeva tutto il corpo del guerriero. Era di un materiale rilucente, che rifletteva in modo vivido il rosso delle fiamme. Tuttavia, sembrava molto più leggera e flessibile di ogni altra protezione contro cui il vichingo aveva abbattuto la propria spada e la propria ascia. L’essere impugnava una corta lancia (o almeno questo sembrava). Le sue riflessioni furono interrotte bruscamente da un fascio di luce bluastra scagliato dall’arma. La luce impattò sul terreno poco vicino ai fuggitivi, bruciando l’erba e scavando un profondo solco nel terreno. I due uomini allora, dopo essersi scambiati uno sguardo, ripresero a correre, rifugiandosi nella foresta. L’orientale correva nel folto della vegetazione d’avanti al vichingo, che portava lo strano essere blu sulle spalle.

3. Isola di Garðar (Ísland) X secolo

Dietro l’assortito trio di fuggiaschi echeggiavano urla in una lingua sconosciuta. Era l’essere in armatura che li stava inseguendo. E si udivano anche rumori di esplosione seguiti dal crepitio della vegetazione. La lancia magica dell’essere vomitava fuoco nella loro direzione. “E’ ancora lontano” – pensava Gunnar, affaticato dal peso dello straniero blu sulle spalle – “Ma i suoni si fanno sempre più distinti. Sta guadagnando terreno! Presto ci raggiungerà!”. Fece segno all’orientale di fermarsi. Era il momento ragionare da guerriero e non da fuggiasco. Nonostante non parlassero la stessa lingua, erano entrambi combattenti cui non serviva parlare per comprendersi. Anzi, l’orientale finora non aveva mai proferito alcuna parola. Con semplici gesti pianificarono di dividersi. Gunnar avrebbe proseguito nella direzione dove stavano correndo, mentre l’altro avrebbe deviato a destra cercando di indurre il nemico a seguirlo. Era inequivocabilmente più agile e veloce del vichingo (tra l’altro appesantito dal carico sulle spalle) e avrebbe avuto più possibilità di seminare l’inseguitore nel folto della foresta. Se tutto fosse andato bene, l’orientale avrebbe raggiunto Gunnar, che nel frattempo avrebbe cercato un nascondiglio sicuro. Il vichingo avrebbe trovato il modo di segnalare la sua presenza al suo improvvisato alleato.

Gli occhi di Gunnar oramai erano due sottilissime fessure. Erano ore che sorvegliava l’ingresso della cavità di roccia che aveva trovato come rifugio. e, al contempo, vegliava lo strano essere blu, che ancora giaceva immobile ai suoi piedi. Lo aveva trasportato attraverso la foresta, finché non aveva raggiunto le pendici di un monte imbiancato dalla neve e dal ghiaccio. La vista dell’imponente muro di roccia mista a ghiaccio gli aveva acceso un barlume di speranza. Sapeva che il ghiaccio non aveva rivali quando si trattava di scavare nel cuore della terra. Forse era secondo solo ai nani del regno di Niðavellir. Gli occhi esperti del vichingo avevano scandagliato il fianco della montagna alla ricerca di un qualunque segno che potesse indicare la presenza di una cavità. Alla fine, aveva individuato un’apertura stretta e sottile che si estendeva, come una ferita, sulla roccia. Nell’esplorarne l’interno, accertandosi che nessun animale l’avesse eletta come tana, Gunnar si era reso conto che l’antro era molto profondo. Vi si addentrò quel tanto per assicurare a sé e al suo sventurato carico un minimo di riparo dall’esterno.

Un lieve tocco sulla spalla. I riflessi da guerriero scattarono in automatico e il freddo e affilato metallo vichingo saettò per impattare sull’arma dell’orientale. Lunga, sottile e leggermente ricurva, era una strana spada. A vederla sembrava potesse spezzarsi con facilità. E invece ora bloccava con vigore il colpo sferrato dal possente braccio di Gunnar. Dopo un attimo che sembrò durare in eterno, i due guerrieri si rilassarono, deponendo ciascuno la propria arma. “Occhi e orecchie di Heimdallr!” – pensò fra sé il vichingo – “Come diamine ha fatto a sorprendermi?!? Si muove come un maledetto folletto!”. Ma furono interrotti da un movimento che proveniva dall’essere blu. Si era finalmente svegliato e ora volgeva i suoi occhi sui due guerrieri in piedi davanti a lui. Se occhi potevano essere chiamate quelle due sfere nere e lucide, prive di pupilla. Dapprima iniziò ad emettere degli incomprensibili suoni. Ma non erano diretti ai due suoi soccorritori. Era più come se parlasse fra sé. Poi, come se avesse compreso la situazione in cui versava, fece cenno al vichingo e all’orientale di avvicinarsi. I due, dapprima, si guardarono perplessi. Poi, convinti che non c’era nulla da temere da parte di un essere indebolito per le ferite subite, si accostarono a terra. Lo straniero, con un visibile sforzo, alzò le affusolate braccia e toccò la fronte di entrambi gli uomini.

Formicolio e calore, furono le sensazioni che Gunnar avvertì e, gettando un rapido sguardo sull’altro compagno, erano le medesime provate dal guerriero orientale. Poi iniziarono le visioni. Una folla di essere blu, identici al loro compagno di sventura, che sciamavano quello che sembrava il più grande villaggio che Gunnar avesse visto. Le case erano… strane; per forma e materiale. E poi navi volanti! Tante! Come sciami così grandi da oscurare il cielo. Poi i pensieri fluirono con più regolarità. Era come se l’essere versasse i propri nella mente del vichingo e viceversa. Veniva da un altro mondo. Di certo nessuno dei nove mondi conosciuti dal popolo del nord! Ma apparteneva a un popolo che viaggiava ed esplorava proprio come quello di Gunnar. Ciò che muoveva gli esseri blu non era, però, la brama di conquista o di tesori. Viaggiavano nello spazio e nel tempo, spinti dal desiderio di conoscenza. Per questo lo straniero aveva prelevato Gunnar e anche l’orientale dalle loro epoche e terre. Erano stati sedati e legati per la loro incolumità. Sarebbe stato pericoloso lasciarli vagare per la nave. Inoltre, non avrebbero dovuto serbare alcun ricordo della loro incontro con l’essere. Sarebbero stati riportati indietro, una volta terminati alcuni controlli che Gunnar però non riusciva a comprendere a fondo. Purtroppo, si erano imbattuti in una nave di un popolo nemico, che li aveva colpiti e fatti precipitare. C’erano paura, tristezza e rammarico nell’ultima parte del racconto dell’essere blu. Ma non solo. Quello che di percepiva chiaramente era il senso di colpa misto a vergogna. Era come un brusio di sottofondo nel flusso di pensieri che giungevano nella testa del vichingo. Era evidente che, sino ad allora, l’essere non aveva mai interagito con gli oggetti dei propri esperimenti. Forse, per la prima volta, si rendeva conto anche lui del fatto che gli esseri che esaminava sulla sua nave provassero gioie, paure e dolori in modo non dissimile da lui. Infine, l’essere blu interruppe il contatto con i due guerrieri e tutti e tre rimasero immobili, muti guardandosi l’un l’altro.

Fu l’orientale ad infrangere quell’innaturale immobilità che si era creata. Portandosi il dito indice sulla punta del naso, per chiedere agli altri due di mantenere il silenzio, si accostò all’ingresso della caverna. Con prudenza, si affacciò per scrutare all’esterno. Aveva avvertito di certo qualcosa, pensava Gunnar, mentre restava fermo in attesa di un qualche cenno dall’altro guerriero. Cenno che non tardò ad arrivare. Al vichingo venne fatto segno di avvicinarsi e di guardare fuori dalla grotta, in direzione della foresta. Qualcuno laggiù si stava avvicinando al loro nascondiglio. Era sicuramente l’essere in armatura che li stava cercando. I segni erano inequivocabili. Una scia di alberi abbattuti o fumanti si stava inesorabilmente allungando verso le pendici del monte. Agli occhi di Gunnar era come se Jörmungandr, il mitico serpente delle leggende dei suoi padri, si fosse destato. Un brivido gli corse lungo la schiena. Ma, da temprato guerriero che era, subito iniziò a pensare a come prepararsi a quello che oramai era uno scontro inevitabile. Se non potevano prevalere con la forza delle armi, avrebbero dovuto lavorare di tattica e astuzia. La caverna era un riparo sicuro e la sua posizione elevata consentiva di tenere sotto controllo l’avanzata del nemico. Buia e piena di cunicoli, avrebbe consentito di nascondersi e cogliere l’occasione più opportuna per un’imboscata. E il suo compagno, dal passo silenzioso e dai sensi acuti aveva proprio le doti adatte per questo.

L’essere in armatura apparve all’ingresso della caverna. Una sagoma nera che si stagliava contro la luce proveniente dall’esterno. Con passi lenti e cauti iniziò ad addentrarsi nella grotta. Dall’elmo scaturì un fascio di luce che squarciò l’oscurità. Ruotando il capo a destra e a sinistra, procedeva scandagliando tutto intorno a sé, alla ricerca della presenza delle proprie prede. Man mano che si addentrava nel cuore della montagna, le pareti di nuda roccia lasciavano il posto a veri e propri muri di ghiaccio. I riflessi e le ombre prodotte dal fascio di luce proiettato cominciarono a confondere l’inseguitore. Più di una volta scattò puntando la propria arma verso un bersaglio che, colpito da mortali raggi di luce, si rivelava un mero riflesso sul ghiaccio. Tutto era immobile. Regnava il silenzio più assoluto. Si udiva solamente il rumore metallico prodotto dai passi del predatore in armatura. Poi, giunto alla fine di uno stretto cunicolo, questi vide l’essere blu che giaceva inerme a terra, in una piccola camera naturale dalle parteti ghiacciate. All’inizio esitò, come se sospettasse una trappola. L’elmo iniziò a brillare con una serie luci intermittenti e un fascio di luce rossastra venne proiettato in direzione dell’essere blu e tutto in trono a lui. Ma la luce si spense dopo pochi istanti. Qualunque fosse lo scopo di quel raggio, probabilmente, il ghiaccio sulle pareti ne ostacolava o rendeva inutile il funzionamento. Scuotendo la testa, il predatore strinse con forza la propria arma e si decise ad avvicinarsi al corpo steso a terra.

Non fece in tempo a chinarsi, che una catena – dotata di pesi alle estremità – si attorcigliò alle proprie gambe, facendogli perdere l’equilibrio. Non appena l’essere cadde a terra, un’ombra silenziosa gli piombò addosso, conficcando una serie di sottili pugnali nelle giunture fra il collo e l’elmo, che emise alcune scariche luminose, per poi emettere fumo. L’essere grugnì ferocemente. Si scrollò di dosso l’assalitore e si rimise in piedi. Fu allora che una massa di muscoli e rabbia si abbatté sull’essere ancora stordito, schiacciandolo rovinosamente contro una delle pareti di ghiaccio e facendogli cadere dalle mani la pericolosa lancia. L’armatura assorbì la maggior parte dell’impatto e il predatore, sebbene stordito, si riprese subito. Fu però costretto a togliersi l’elmo, che ormai fumava ed emanava un forte odore di bruciato. Fu così che agli occhi di Gunnar e dell’orientale si parò di fronte l’orribile vista del volto del loro nemico. Era qualcosa di indescrivibile. Non vi erano parole nella lingua di entrambi per poter definire l’aspetto demoniaco del loro avversario. Sulla bocca di quest’ultimo comparve un ghigno distorto e raccapricciante, mentre dalle estremità delle braccia, poco al di sopra dei polsi, spuntarono due lunghe lame nere affilate. Dopo un iniziale smarrimento, i due compagni si lanciarono, armi in pugno, all’attacco del nemico. Gli piombarono all’unisono, iniziando a colpirlo con una serie frenetica affondi. L’avversario, nonostante fosse in inferiorità numerica, parava tutti gli attacchi con estrema agilità. Con un manrovescio scagliò via l’orientale, facendogli perdere i sensi. Poi, schivando un la pesante spada di Gunnar, trafisse il vichingo all’addome con entrambe le lame, per poi sollevarlo in alto come fosse un animale allo spiedo. Un raggio di luce blu colpì la tempia dell’essere, trapassando il capo e fuoriuscendo dall’altro lato. Il predatore, con un pesante suono metallico, si accasciò senza vita a terra, trascinando Gunnar sopra di lui. Il vichingo, prima di perdere i sensi, fece in tempo a vedere lo straniero blu in piedi con in pugno l’arma del loro comune nemico.

4 Epilogo.

Quando Gunnar aprì gli occhi, la prima cosa che vide furono gli inconfondibili tratti del volto dell’orientale, che vegliava sopra di lui, appoggiato alla sua strana spada, infissa nel terreno. È rimasto a vegliarmi?” – pensò il vichingo con non poca meraviglia – “Per la barba di Odino! Ma quanto ho domito?”. Improvvisamente si ricordò dello scontro nella caverna e della grave ferita inflittagli dal mostruoso guerriero. Si guardò il ventre, per controllare in che stato fosse. Niente. Tastandosi alla ricerca dei tagli inflitti dalle mortali lame dell’avversario, con sommo stupore non ne trovò traccia alcuna. “Per i rossi capelli di Eir!” – sbottò Gunnar – “Che diavoleria è mai questa?”. L’orientale gli sorrise e con un cenno del capo lo invitò a guardare oltre le sue spalle. Non lontano dai due guerrieri, lo straniero blu osservava compiaciuto. “Che io sia dannato!” – disse Gunnar sorridendo verso il terzo compagno – “Non avrai gli occhi azzurri e capelli rossi, ma di certo sei un guaritore degno di Ásgarðr!”. L’orientale si alzò, per consentire all’altro di accostarsi a Gunnar. Il compagno dalla pelle bluastra tocco la fronte del vichingo e, come era già accaduto in precedenza, i pensieri fluirono nella mente di questi.

Terminato lo scontro con il mostruoso essere, Gunnar era stato immediatamente soccorso dall’essere blu, che gli aveva prestato le prime cure con lo scarso equipaggiamento che aveva. Un… raggio magico (o almeno così lo vedeva Gunnar nella sua testa) aveva bloccato l’emorragia e cauterizzato le ferite. Lo straniero, lo aveva, poi, lasciato alle cure dell’orientale – che nel frattempo aveva ripreso i sensi – ed era uscito dalla caverna per tornare dove giaceva il relitto della propria nave. Là, non solo riuscì a recuperare gli strumenti medici che stava cercando, ma trovò anche la nave volante del loro assalitore. Questa scoperta, che aveva salvato la vita a Gunnar, avrebbe anche consentito a tutti di ritornare ciascuno alla propria casa.

L’insolito trio trascorse altri giorni al riparo nella caverna, in attesa che Gunnar si ristabilisse. L’esperienza vissuta aveva creato un legame, che si intensificò ulteriormente, grazie alla convivenza all’interno della grotta. Quando fu chiaro che il vichingo avesse recuperato tutte le forze e che fosse in grado di viaggiare, giunse finalmente il momento di abbandonare il rifugio per salire a bordo della nave volante. I tre raccolsero tutte le loro cose e si apprestarono ad uscire dalla grotta. Gunnar era emozionato all’idea di tornare finalmente in patria e leggeva lo stesso sul volto del suo bluastro compagno. L’orientale aveva, invece, un’espressione malinconica, triste, quasi avesse temuto il giungere di quel momento. I due si scambiarono uno sguardo silenzioso. Poi l’orientale parlò. “Amico” – disse nella lingua di Gunnar – “Insieme?”. Il vichingo rimase a bocca aperta. Era la prima volta che lo sentiva parlare. C’erano stati momenti in cui aveva sospettato che il compagno fosse muto! Poi la bocca di Gunnar si richiuse per inarcarsi in un ampio sorriso. “Che io sia dannato!” – sbottò – “Tu parli! E oltretutto parli la mia lingua!?!”. Forse era stata la convivenza nella grotta o forse quella bizzarra magia che lo straniero faceva quando li toccava. Ma poco importava. Cogliendo di sorpresa il compagno, lo abbracciò con un impeto tale che sembrava sul punto di stritolarlo. “E sia!” – disse con aria solenne – “Verrai con me: brinderemo e banchetteremo per giorni e notti, ricordando questa epica avventura!”.

L’essere blu, che fino a quel momento era rimasto immobile a contemplare i due compagni, poggiò le mani sulla spalla di entrambi. Poi, fece loro segno di allontanarsi e puntò una piccola asta metallica contro una parete della grotta. Sotto gli occhi stupiti dei due guerrieri, dallo strano oggetto partì un sottile raggio che iniziò a scalfire (fondere?) la pietra. Stava disegnando qualcosa. Gunnar riconobbe Yggdrasil, il frassino che sorregge con i suoi rami i nove mondi e li tiene uniti. Simbolo di vita e sapienza. Sopra il simbolo dell’albero ne venne inciso un altro. Sovrapposto, come a formare un tutt’uno con esso. Questa volta il vichingo non lo riconobbe. Dallo sguardo compiaciuto del suo compagno orientale, comprese che dovesse trattarsi di qualcosa appartenente alla sua tradizione. Il compagno, accortosi della perplessità di Gunnar, sorrise. “Amico” – gli disse indicando il disegno sulla roccia.

E allora anche Gunnar si profuse in un ampio sorriso. Ma l’opera del loro compagno blu non era ancora terminata. La magica luce continuava a tracciare segni sulla nuda pietra, poco al di sotto dello splendido disegno appena inciso. Il vichingo comprese che stava scrivendo qualcosa. Ed infatti, sulla roccia apparvero dapprima una serie di rune (la lingua di Gunnar), affiancare tuttavia da altri segni in una lingua sconosciuta. “La tua lingua?” – domandò il vichingo al compagno orientale, il quale annuì con soddisfazione.

Piede silente Braccio possente

Come ombra che striscia Dall’immenso coraggio

Dal muto passo Fiero gigante

Fine

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