Tre punti

“È finito il caffè”.

“Mi dispiace papà, lo compro quando esco”. Giacomo sapeva esattamente come sarebbe finita. 

“E con quali soldi? Lo sai che da quando ti sei licenziato dobbiamo spaccare il centesimo”. L’uomo indossava dei pantaloncini sportivi e una canottiera logora. Parlava a bassa voce dando le spalle al ragazzo che era seduto a tavola, davanti a un bicchiere sporco di calcare, pieno di latte freddo. “Papà, per favore, non iniziare di prima mattina: il signor Jenny è un figlio di puttana e tu non vuoi che io dipenda da un tipo del genere, te lo assicuro”. L’uomo sospirò e si girò. Posò una mano sulla testa del ragazzo. “Figlio, l’età delle scelte per te è passata. Hai avuto le tue opportunità e te le sei giocate. Adesso è il momento di pagare vitto e alloggio”. 

“Papà, troverò qualcosa, molto presto, ma fammi respirare”. Giacomo era un bel ragazzo di venticinque anni, voleva bene al padre ma ormai gli era diventato insopportabile. Parlava solo di soldi e lo perseguitava con l’urgenza di portarne a casa. Il papà lavorava da trentotto anni in un albergo come consierge e non era mai riuscito a fare carriera o salire di livello. 

La madre di Giacomo era diversa. Se n’era andata quando lui era alle elementari, proprio a causa del carattere del padre. 

Uscita di casa senza un soldo in tasca, si era imbarcata su una nave da crociera a rifare le camere. Si chiamava Linda. Linda sorrideva sempre e raccontava aneddoti divertenti, adesso era fidanzata con un collega, ormai da venti anni. “Col cavolo che mi risposo!” Rispose di getto una volta all’innocente domanda di Giacomo. 

Lo chiamava tutti i giorni e appena sbarcata lo copriva di regali ed attenzioni, ma a casa dell’ex marito non ci aveva più messo piede da quel lontano giorno di Pasqua. 

Giacomo era in terza elementare ed era felice perché a pranzo c’erano i tortellini al sugo, il padre era riuscito ad ottenere un permesso dopo una trattativa di tre mesi e una mezza rissa con un collega piemontese. 

Quel giorno i suoi genitori litigarono ferocemente, fino alle mani. La discussione ebbe inizio perché nessuno aveva messo il sale nell’acqua dei tortellini e degenerò.  Sua mamma andò via sbattendo la porta e dando del coglione al padre di Giacomo. Finita la scenata, il bimbo era ancora seduto al tavolo, da solo, di fronte ai tre piatti freddi traboccanti tortellini.

Da allora non toccò mai più tortellini al sugo. “Pa’ io esco. Vado a portare curricula. Ci vediamo domattina”.

“Cerca di non cazzeggiare”. 

Quella mattina Giacomo stampò più di trenta curricula dal suo amico della copisteria che non si faceva mai pagare e ne distribuì parecchi in posti perlopiù inutili. 

Sognava portandoli nelle librerie e nelle fumetterie. Sapeva che entrarci era verosimile come entrare alla zecca dello stato. 

“Buongiorno”in una piccola libreria dell’usato lo accolse una ragazza di colore sui diciannove con una polo Rosa. Era una delle librerie più vecchie della città con un profumo di legno incredibile la giovane donna era sexy e aveva anche lei un profumo buonissimo di vaniglia e mandarino che strideva col contesto. “Volevo lasciare un curriculum…”. 

Come sempre lo disse sentendosi stupido, con poca convinzione, ma in quel momento era innamorato e un sorriso straordinario illuminò il viso. “Prego, dallo pure a me. L’hai firmato? Per favore data e preferenza per orario part time o full time; a consegnarlo ci penso io”.

Mentre scriveva Giacomo voleva dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma non ne aveva il coraggio, sbagliò la data e fece una firma enorme mentre la bellissima ragazza sorrideva fissandolo con le sue morbide labbra carnose alla ciliegia. Giacomo le consegnò il foglio ma allungando la mano vide un inevitabile anello con brillantino all’anulare sinistro della ragazza. Uscì di corsa a testa bassa bofonchiando un “grazie, arrivederci…” 

Quella sera Giacomo invitò come al solito il suo unto amico Gianni a cena, in quel periodo il padre lavorava dalle diciotto alle due, un periodo che durava ormai da quindici anni. 

Era il programma fisso dei ragazzi: spaghettata, film e canna, barra spaghetti birra dal bengalese e canna. 

Gianni lavorava nella ferramenta del padre ed era amico di Giacomo dalle medie. “Tu sei un poeta” disse Gianni. Aveva mani tozze con unghie mangiate fino alla radice, erano il suo biglietto da visita. Con un cacciavite e un pezzo di scotch poteva riparare un trattore e doveva la maggior parte del suo fascino al suo buon cuore, il fisico non lo aiutava un gran che.

“Lascia perdere quei lavori da scimmia sottopagata, tu devi volare alto!”Disse mettendo il pane in tavola. 

Si, Gianni era uno di quei pervertiti che mangiano la pasta accompagnandola con il pane. 

“E certo” rispose Giacomo affondando il forchettone nella pentola, “con la mia maturità scientifica le porte mi si spalancano a ripetizione”. 

“Te l’ho detto, tu sei un poeta. La tua strada troverà te. E adesso scola la pasta minchione. Non vedi che gli spaghetti pendono come i capelli di Samara?”

Gianni stava apparecchiando con una sigaretta che pendeva spenta dal labbro inferiore.  Mentre parlava indicava col coltello il forchettone dal quale pendeva un ciuffo di spaghetti numero otto stillanti acqua salata. “Scusa bello, mi sono distratto a pensare al mio oscuro futuro”. Giacomo scolò allora la pasta e la saltò in padella con la salsa all’amatriciana. Per rifinirla ci aggiunse un po’ di acqua di cottura messa da parte in una tazza. Gianni posò la sigaretta sul microonde e tirò fuori il pecorino. 

Dopo la pasta, forti dei loro trecentocinquanta grammi di carboidrati pulirono e disinfettarono la cucina. Gianni fece i piatti e Giacomo usò lo sgrassatore per le superfici dure. Il prodotto gli irritava la pelle e ormai soffriva di eczema ricorrente sulle dita della mano destra a ogni cambio di stagione. Adorava usare quella porcheria e farlo insieme al suo migliore amico gli dava un piacere speciale. 

Gianni disse “Tuo padre continua a romperti le palle?”

La domanda colpì Giacomo come una pugnalata. “ Sì. Non lo sopporto più, parla solo di soldi, non mi lascia respirare” 

“Devi trovare la tua soluzione”, disse Gianni: “O te ne vai o gli dai qualcosa per non sentirlo più”.

Giacomo si passò una mano tra i lunghi capelli folti. “Non so davvero dove sbattere la testa”. 

I suoi occhi erano lucidi e Gianni si sentì stringere il cuore. 

Gianni era predestinato alla ferramenta dalla nascita, la sua immortalità tardo adolescenziale era praticamente garantita a vita grazie ad essa. Sapeva di essere un privilegiato, il suo destino era segnato, ma Giacomo aveva il dono della libertà.

Gianni si avvicinò all’amico e sfilandosi i guanti gialli di gomma con cui aveva lavato i piatti gli sorrise, accarezzandogli il viso con la mano sinistra. Giacomo spalancò gli occhi, esterrefatto, poi, come un fulmine, Gianni diede all’amico un pugno in pieno stomaco con la mano destra. Duro, potente, spietato. 

Giacomo si piegò in due con la stessa espressione stupita ancora viva sul volto, sentiva come se gli avessero spaccato il diaframma. Una sconsolata delusione lo investì come un’onda anomala. La pasta premeva per risalire. “Perché? Per…ché…l’ha…i…fat…to? Macheccazzo…seiScemo!” 

Gianni prese la sigaretta che covava prima di cena da sopra al forno a microonde, estrasse il suo zippo rosso con sopra scritto “Fuck Communism” e se la accese.“L’ho fatto per tre motivi” sbuffò guardando in alto, verso le stelle nascoste dal soffitto scrostato: “Il primo. Sei un coglione. Ti devi svegliare. Due. Sei così depresso e confuso che quando il dolore sarà passato sarai lucido e felice. È un pugno terapeutico”.

“Terzo?” chiese Gianni respirando meglio, un mezzo sorriso faceva capolino nei suoi occhi. 

Gianni sbuffò con aria di sufficienza, si alzò dalla sedia e si accucciò presso l’amico.

“Terzo. Non ti rendi conto della tua fortuna? Ai miei occhi la tua ottusità è inaccettabile”. 

“Tirami su”. 

“No, adesso canna”.

“Idiota”.

Fine

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